Ventidue anni dopo esserne stati sfrattati in malo modo dalla madre dell’attuale presidente Noynoy, Corazon “Cory” Aquino, che per l’occasione indisse uno “storico” referendum, gli americani tornano nelle Filippine. Lo fanno in grande stile, con il presidente Obama che proprio nelle Filippine, ultima tappa della sua visita “riequilibratrice” degli interessi Usa in Asia, chiude finalmente in modo positivo (per gli Usa) uno dei tanti negoziati avviati e non conclusi nel corso del suo doppio, e oramai vicino alla scadenza, mandato.

In poco meno di una settimana Obama ha visitato, presumibilmente seguito con estrema attenzione dalla Cina, quattro paesi: Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine. Quattro paesi importanti dell’area del Pacifico, una regione la cui importanza cresce in modo esponenziale anno dopo anno e dove gli Stati Uniti, negli ultimi tempi, avevano perso non poco terreno, oltre che visibilità. Vuoi per scelta – quella di privilegiare la questione mediorientale e i rapporti con l’Europa – vuoi per l’obiettiva e perdurante incapacità di decifrare un continente culturalmente lontano e poco riconducibile ai valori occidentali. Quattro paesi, soprattutto, tradizionalmente alleati degli Usa ma costretti a confrontarsi con il gigante cinese, del quale non hanno ancora capito bene se ci si può fidare o se, come insistono i rispettivi e più accaniti neonazionalisti, rappresenti una grave e imminenente minaccia.

Ed è qui che Obama – dipinto sul New York Times come un turista disorientato che si avventura a tentoni in un mondo sconosciuto – ha dato il meglio di sé. Ricordando al premier giapponese Shinzo Abe, pur nell’atmosfera rilassata di una lussuosa susheria di Tokyo (scelta dell’intraprendente ambasciatore Caroline Kennedy, non della parte giapponese, che anzi era molto imbarazzata e preoccupata per i problemi di sicurezza) che non c’è spazio per il negazionismo, che il Giappone deve essere consapevole dei suoi passati misfatti e coerente nel manifestarne scuse e pentimento e che per proteggere quattro isolotti, per quanto strategicamente importanti, non può mettere a rischio la pace e la stabilità di una regione che Abe stesso, quando è intervenuto a Davos lo scorso gennaio, ha paragonato all’Europa prima della guerra mondiale. Non è ancora chiaro se i giapponesi l’abbiano o meno capito, ma il messaggio di Obama è stato chiaro e forte: basta con le provocazioni gratuite, come le ripetute visite al tempio Yasukuni, alla revisione dei testi scolastici, al negazionismo di Stato che da quando è tornato al potere Abe prolifera un po’ dappertutto, dalle osterie alla Tv di Stato. Gli Usa sono pronti ad intervenire in caso di aggressione, da qualsiasi parte e per qualsiasi motivo avvenga, ma Tokyo deve rassegnarsi a non essere più il solo e privilegiato interlocutore asiatico. La Cina è la Cina e va affrontata a viso aperto, non facendole i dispetti per poi nascondersi dietro l’ombrellone Usa.

Ombrellone con il quale gli Usa vogliono continuare a proteggere anche la Corea del Sud, fermando il recente idillio scoppiato tra la cocciuta presidente Park Gyun Hye che, da quando è stata eletta due anni fa, si rifiuta di parlare anche solo al telefono con Abe e i suoi ministri (pare abbia addirittura sconsigliato loro di partecipare ai funerali di stato per le vittime del naufragio dei giorni scorsi) e Xi Jin Ping, il presidente cinese. I due si sono scambiati già due visite ed è alla Cina che Park Gyun Hye, a sorpresa, si è rivolta fiduciosa nel chiedere che intervenga una volta per tutte a risolvere il problema del nord.

Obama anche in questo caso non si è risparmiato, definendo la vicenda delle “donne di conforto” – migliaia di donne deportate e costrette a prostituirsi al fronte per “ristorare” le truppe giapponesi – uno più crudeli crimini commessi anche durante una guerra, e che il Giappone deve comprendere e rispettare il profondo dolore che questa tragedia ancora provoca nel popolo coreano. Certo, Obama sarà anche stato sincero nelle sue dichiarazioni – anche se avrebbero avuto maggiore credibilità se nel frattempo avesse chiuso Guantanamo – ma tanta attenzione per la Corea del Sud potrebbe significare che i suoi più stretti collaboratori stiano lavorando molto seriamente alla sfida più difficile e ambiziosa, dopo quella dell’Iran, che pare finalmente in via di risoluzione. La pace con Pyong Yang. Prima che il doppio mandato di Bush riaccendesse la tensione, Clinton ci era andato molto vicino. Al punto che era già stato ipotizzato un vertice con l’allora leader supremo, Kom Jong Il. Non sarà facile, ma se Obama vuole essere ricordato per qualcosa di più che per un Nobel troppo anticipato e per aver finalmente dato un’assistenza sanitaria agli americani è bene che si dia da fare.