L’associazione femminile di Aguinane sembra pulsare d’attività. Da una parte del magnifico palmeto di montagna dove sorge il paese, la casupola con la scritta della associazione ospita in realtà soltanto il forno del pane. Le donne vestite compitamente con i panni variegati delle berbere fanno il pane per tutto il pomeriggio, facendo attenzione che ogni forma sia il più possibile uguale alle altre. Il grano a fine aprile è già maturato, non manca. Nel centro del paese sotto la scritta dell’associazione c’è invece l’unico esercizio commerciale dedicato ai turisti, la pasticceria. Che poi non è solo pasticceria di friabili dolcetti berberi, ma anche spazio per tessere, lavorare a maglia e vendere alcuni tappeti.

Questo florilegio di associazioni femminili è recente mentre più storico e tradizionale è il cooperativismo agricolo, che serve soprattutto a evitare e superare  problemi di piccola proprietà terriera in questa agricoltura di sussistenza. Aguinane è come tante altre valli berbere dell’Atlante e dell’Anti Atlante, piccoli mondi antichi che ridiventano di moda con il turismo, che hanno mantenuto l’orgoglio delle economie di autosussistenza. Un gruppo di giovani suona e canta musiche tradizionali appollaiato su una roccia tra le montagne spoglie e rocciose e il verde delle palme, degli ulivi e del grano. Accanto a loro passano donne di ogni età stracariche di fascine di paglia e grano. A veder la scena, sembra che la divisione di genere dei carichi di lavoro sia netta e spietata. Le donne stracariche salutano sorridenti.

Un ragazzino di 10/11 anni si stacca dal gruppo della musica e ci accompagna nell’oasi. Raccoglie, ci mostra, assaggia e ci fa assaggiare tutto quello che si può: datteri, mandorle, carrube, grano, erbe di vario tipo. Ci mostra i canaletti d’irrigazione, i pozzi e poi l’asino, le capre, le galline ma ci sono anche alcune vacche, tacchini, pecore. Chissà se è al corrente che, ai pochi turisti che si fermano un po’ qui invece di limitarsi a passare in su o in giù per le piste da 4×4, piacciono le coltivazioni bio, il chilometro zero, l’autosufficienza alimentare. Gli stessi elementi che insaporiscono la cucina dell’albergo di Aguinane e di quello del paese di sopra, Assarrar.  

Ma oltre alle donne chine sui campi di grano, o a lavare accanto ai pozzi si vede anche qualche maschio che fatica, soprattutto ci sono gli uomini che costruiscono o ristrutturano case. Talvolta  riprendendo la tradizione locale dei mattoni di terra cruda, più spesso col cemento portato da Agadir, che verrà poi dipinto di rosa o di ocra. Parlando con loro, e con il giovane che gestisce uno dei pochi negozietti di Aguinane, emerge che se sono le donne a reggere il maggior peso dell’agricoltura e della tessitura di queste valli non è solo per il maschilismo (si veda la narrazione poetica e ironica nel film Le Sorgenti dell’Amore), ma perché più banalmente la maggior parte degli uomini è emigrata. Vanno nelle grandi città del Marocco, in Francia e in Spagna. Tornano il più frequentemente possibile e  alcuni quando vanno in pensione (la pensione francese) si costruiscono la casa per  ristabilirsi qui.

Alcune di tre piani, rischiano di snaturare il profilo dei villaggi berberi così ben integrato col territorio. “Sì, tre piani per far bella figura e poi magari dentro non c’è niente”, ironizza il giovane del negozietto. Alì, l’infaticabile proprietario e gestore dell’albergo ‘Le Paradis’ dice che  qui la gente non è nevrotizzata e consumista come in Europa. “Sono sereni, si accontentano di poco”. Quello che producono è ciò che gli serve per vivere, non vendono quasi niente. Comprano pochissimo. L’elettricità è arrivata da meno di dieci anni, l’asfalto da quattro. Internet non ancora, ma il telefono prende in vari punti della valle. Per le strade del paesino, nei sentieri dell’oasi tutti salutano cordiali e non assillano il turista con richieste. Ci offrono datteri “per il piacere che li assaggiate”. Ci sono famiglie nere, che parlano gli stessi dialetti, apparentemente perfettamente integrati.

Questi piccoli mondi antichi si proiettano nella modernità del bio con l’aiuto indispensabile delle rimesse dei migranti, del turismo e di qualche per ora limitata cooperazione internazionale. E grazie allo sforzo delle donne. La sopravvivenza di queste oasi e delle architetture e delle  tecniche di irrigazione e di agricoltura, nelle montagne che scendono verso il Sahara non è solo un patrimonio del’umanità, un museo vivente a cielo aperto, ma una difesa importante dalla desertificazione e da ulteriori urbanizzazioni selvagge.