Sono passati più di cinque anni dal crollo dei mercati finanziari, con il trambusto creato da Lehman Brothers e il salvataggio di tante (troppe) istituzioni finanziarie in tutto il mondo occidentale. Da allora il sistema finanziario si è avvitato in una spirale di avversione al rischio che continua ancora oggi ad alimentare disintegrazione finanziaria. Il tessuto connettivo di transazioni finanziarie che garantiscono accesso al credito per individui e imprese si è sfaldato. Stimolata anche da un intervento scomposto dei governi nazionali, la situazione è peggiorata quando la perdita di domanda interna generata dalla crisi ha impattato le finanze pubbliche.

Dalla crisi greca del maggio 2010, l’eurozona ha perso scambi finanziari interni per oltre 1.000 miliardi di euro. L’impatto sull’accesso al credito è stato devastante. Piccole e medie imprese nei paesi della periferia, che non possono accedere a canali alternativi di finanziamento offerti dai mercati finanziari, soffrono ancora e mettono un cappio alle prospettive di crescita.

È ormai chiaro agli addetti al lavoro che l’integrazione finanziaria degli ultimi 15 anni, basata principalmente su flussi di credito tra grandi istituzioni finanziarie, sia stata la causa di bolle speculative non solo nei paesi della periferia. Ci vorranno ancora anni per ritornare ai livelli del 2008. Ma come stanno reagendo gli Stati membri alla frammentazione dei flussi finanziari e alla ristrutturazione del sistema?

La diffidenza tra gli Stati non riguarda la Germania  La sfiducia tra istituzioni finanziarie si è riflessa in una sfiducia tra gli Stati membri, che hanno coperto le perdite del proprio sistema bancario con le finanze pubbliche. La paura di vedere i problemi del sistema bancario locale riflessi sul costo del debito pubblico è poi stata accresciuta dalle due iniezioni di liquidità della Bce, che hanno alimentato lo stock di debito pubblico nella pancia delle banche invece del credito per le imprese. Gli interventi scomposti dei governi nazionali hanno pertanto alimentato l’avversione al rischio e quindi la frammentazione del sistema finanziario. Paesi considerati virtuosi come la Germania o meno virtuosi come l’Italia condividono responsabilità comuni. Tra il 2008 e il 2012, dopo Irlanda e Regno Unito, la Germania è il Paese che ha fornito più aiuti di Stato al proprio sistema bancario. Con l’aiuto di regole europee molto accomodanti, il governo tedesco ha iniettato circa 64 miliardi in ricapitalizzazioni e ben oltre 400 miliardi di garanzie per l’emissione di debito bancario. Oltre ai problemi di note istituzioni, come Commerzbank, la situazione delle banche regionali, cosiddette Sparkassen, rimane ancora oggi molto precaria a causa di un modello di gestione del rischio inefficiente e supportato a prescindere dall’establishment politico e istituzionale. Sono certamente numeri meno comparabili ai circa 4 miliardi di ricapitalizzazioni e 100 miliardi di garanzie che l’Italia ha usato per le proprie banche, ma che insieme al decreto Bankitalia sono un ulteriore esempio di sussidio alle banche nazionali che distorce una gestione efficiente delle perdite causate dalla crisi. Non sono i numeri che contano, quindi, ma gli effetti del conflitto tra una politica monetaria comune e interventi di governi interessati a salvare campioni nazionali per limitare la fuga di capitali verso altri paesi.

Completare l’Unione bancaria, con un meccanismo europeo che permetta la liquidazione delle banche insolventi senza l’intervento dei governi nazionali e l’applicazione di un divieto assoluto di aiuti di Stato, è pertanto essenziale per ridurre la frammentazione finanziaria. Ma non basta. Oltre alla non scontata ristrutturazione del sistema bancario, le istituzioni europee dovrebbero portare avanti altri interventi per migliorare la qualità dell’integrazione finanziaria nell’eurozona. Tra questi: la rimozione di agevolazioni regolamentari e fiscali a favore del debito, sia esso composto di strumenti finanziari o prestiti, così da alimentare una maggiore condivisione del rischio con strumenti quali partecipazioni azionarie; l’abbattimento delle barriere alla concorrenza tra infrastrutture dei mercati finanziari, quali Borse azionarie; la creazione di un’Autorità che gestisca un listino azionario europeo per azioni con elevata capitalizzazione, comunemente chiamate blue chips.

Il semestre europeo, opportunità per l’Italia – Il governo italiano, che avrà la presidenza europea nel secondo semestre 2014, ha l’opportunità di guidare un audace percorso di reintegrazione finanziaria sostenibile per l’Eurozona. Lavorare per rifocalizzare le tante riforme avviate dalla Commissione europea negli ultimi cinque anni verso obiettivi europei, e non solo G20, potrebbe essere una mossa decisiva. Riparare il sistema finanziario, quindi il canale di trasmissione di quella politica monetaria cui molto spesso la classe politica chiede miracoli, è la vera occasione per creare un canale alternativo al credito bancario tradizionale e rilanciare, per davvero, la crescita nel Vecchio continente.

di Diego Valiante, capo della ricerca sui mercati finanziari del Centre for european policy studies (Ceps) di Bruxelles

dal Fatto Quotidiano del 23 aprile 2014