Premessa: non vorrei fare di tutta l’erba un fascio e mischiare capre e cavoli ma non è stato un bel fine settimana per lo sport, per più di un motivo. E non vorrei lasciarne fuori alcuno.

Chiudiamo il week end con due ‘Signori del calcio’ volati via e con un episodio di razzismo che non è passato sotto silenzio (più il caso Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers, e della sua fobia per gli afroamericani mentre paga mensilmente fior di bigliettoni verdi a cestiti di colore).

In meno di 48 ore ci hanno lasciato due grandi allenatori, Tito Vilanova e Vujadin Boskov. Modelli profondamente diversi ma altrettanto validi, Vilanova e Boskov appartenevano a una schiera di persone poco folta che per il calcio non ha mai cambiato una virgola del proprio modo di essere, facendone un tratto distintivo.

Le lacrime di Busquets e Iniesta prima di Villarreal-Barcellona raccontano più di mille parole cosa Tito ha rappresentato per i ragazzi blaugrana cresciuti a La Masia: una spalla certa, lo ‘zio’ con il quale parlare. Ma allo stesso tempo un allenatore vero come il campo ha dimostrato. Ha sempre giocato su quel sottile (e difficile) equilibrio tra le due sue anime, che forse sono state anche la sua condanna sotto il profilo professionale quando si è ritrovato a guidare una prima squadra.

Sarebbe stato interessante scoprire come Vilanova avrebbe potuto forgiare il furioso Mario Balotelli, visto sabato sera sugli schermi di Sky in una delle sue peggiori versioni. Probabilmente l’attaccante avrebbe avuto due strade, antitetiche e radicali: diventare un campione o smettere di giocare a calcio. Non sarebbe diventato quella via di mezzo che è ora.

“L’allenatore dev’essere al tempo stesso maestro, amico e poliziotto”, affermava invece Boskov. ‘Uno e trino’ lo era anche lui e sarebbe stato altrettanto interessante vedere Balotelli in un suo spogliatoio. Del Mario di oggi, forse, Vujadin avrebbe detto ciò che disse di un giornalista napoletano che prevedeva la retrocessione dei partenopei: “Tua testa buona per portare cappello”. Mario non ha mai incontrato un Vilanova né un Boskov. E se fosse successo magari non sarebbe bastato. Chissà.

Molti (troppi) eventi hanno spazientito l’attaccante del Milan nel corso degli anni. Tra questi, gli insulti razzisti spesso piovuti dai tifosi avversari nei suoi confronti. Mario scalciava e si arrabbiava, finendo con il compromettere le sue prestazioni e dando soddisfazione agli imbecilli.

Dalla Spagna gli è arrivato un buon esempio su come rispondere in maniera intelligente invece d’innervosirsi, ovvero come farsi gioco degli ululatori ignoranti invece di fare il loro gioco.

Durante Villarreal-Barcellona, dagli spalti del Madrigal è piovuta una banana verso il terzino blaugrana Dani Alves. Non ha chiesto che s’interrompesse la partita, non si è allontanano dal campo, non ha sbraitato e cercato di zittire con un dito davanti alla bocca. Ha messo a tacere per sempre gli idioti con un gesto intelligente e spiazzante: ha raccolto la banana, l’ha sbucciata e ne ha mangiato un pezzo prima di battere il calcio d’angolo. Chapeau. Non poteva trovare un modo migliore per rispondere ai ‘ritardati’ (la definizione è dello stesso Alves) che continuano a inzozzare stadi e strade con l’ignoranza.

In Brasile, Globoesporte ha lanciato il manifesto ‘Siamo tutti Dani Alves e il compagno di squadra e di pelle Neymar ha lanciato su Twitter l’hashtag #somostodosmacacos (siamo tutti scimmie, nda) fotografandosi mentre mangia una banana.

Per raccontare Dani Alves, il calciatore che trasformò una banana da insulto a simbolo antirazzista, Boskov avrebbe ripetuto uno dei suoi famosi aforismi: “Un grande giocatore vede autostrade dove altri vedono solo sentieri”. Capito, Mario?