Il cuore della città non è l’Ilva. Prima di superare il ponte girevole lo sguardo di chi entra nel borgo di Taranto cade su un grande edificio rosso scuro, il Palazzo degli Uffici. Sarebbe dovuto diventare un albergo a 5 stelle, ma per ora è solo un fantasma. Più di ventimila metri quadrati, che da oltre 200 anni sono il simbolo culturale della città.  Il Palazzo degli Uffici, nonostante due guerre mondiali, ha ospitato per 140 anni il liceo classico Archita, dove ha studiato Aldo Moro. Oggi ci sono solo vetri rotti e cornicioni scrostati. Almeno la biblioteca, ventimila volumi, è stata messa in salvo grazie all’appello di docenti e studenti. Ora, i cittadini rischiano di perdere anche quest’ultimo baluardo. Per salvarlo, i lavori dovrebbero ripartire al più presto, magari con una nuova gara d’appalto.

Un progetto di restauro c’è, ma il cantiere è fermo da più di 6 mesi. Il contratto vale 33 milioni di euro e ha una durata di 36 anni. È stata anche costituita una società: Palazzo degli Uffici (PUT) srl.  Il Comune si è impegnato per 11 milioni di euro presi con un mutuo dalla Cassa Depositi e Prestiti. La Provincia ha promesso 8,5 milioni. I restanti 13,5 milioni spetterebbero al Consorzio Aedars, concessionario del progetto e beneficiario degli utili che ne deriveranno. Secondo contratto, quasi 3000 metri quadrati resterebbero al Comune, 6500 al liceo e circa 10mila dovrebbero essere utilizzati a scopo commerciale da Aedars, nel progetto presentato dal consorzio c’era infatti la possibilità di realizzare un albergo di lusso con almeno 50 stanze.

La società, che raggruppa 44 imprese e occupa circa mille lavoratori, è finita nei guai lo scorso ottobre, quando la Prefettura di Roma, dopo un’indagine della Direzione investigativa antimafia (Dia), ha emesso nei suoi confronti un provvedimento interdittivo per infiltrazioni mafiose, riguardante lo svolgimento di alcuni lavori nei cantieri della periferia di Milano. La procura di Taranto ha aperto un fascicolo legato all’interdittiva romana e alcuni mesi fa sono stati acquisiti gli atti dell’amministrazione lavori pubblici, ma ancora non ci sono sviluppi dell’indagine in chiave locale. Nel frattempo, Aedars ha vinto il ricorso contro la decisione della prefettura romana. Secondo il Tar del Lazio “mancano allo stato delle indagini e degli atti quegli elementi, seppure indiziari, di collegamento con la criminalità organizzata”.

A ottobre, la C&G di Mesagne che svolgeva i lavori del Palazzo degli Uffici, ha incrociato le braccia. L’azienda ha lavorato per oltre 3 milioni di euro, ma vanta un credito per 1 milione e 375 mila euro dal consorzio Aedars. È parte offesa anche in un altro procedimento giudiziario che ruota intorno alla cessione delle quote della PUT srl. La C&G ha acquistato dal consorzio il 40% delle quote del capitale sociale e con contratto preliminare lo stesso si è obbligato a vendere il restante 60%. L’operazione però non era valida, mancavano le “condizioni normative e contrattuali per poter autorizzare la cessione delle quote”. Angelo Contessa, amministratore unico della C&G, ha depositato al Tribunale di Roma una richiesta di risarcimento danni per 35 milioni di euro rivolta al Consorzio Aeders, che è sottoposto a concordato preventivo

A febbraio poi, il Comune ha tolto la concessione al consorzio a causa non solo dell’interdizione, ma anche di alcuni inadempimenti progettuali. La società ha presentato ricorso al Tar di Lecce contro la revoca. Se venisse accettato, si aprirebbero nuovi scenari sul destino del cantiere. I lavori erano andati molto avanti. “Sulla facciata eravamo arrivati al 70-80% ed è stata terminata la bonifica dell’amianto”, spiega Angelo Contessa: “Ci sono già danni dovuti allo stop. I pannelli utilizzati per coprire il tetto non potrebbero mai resistere a un altro inverno”.

Insomma, se non si interviene si rischia di perdere ciò che è stato fatto ed è costato almeno 3,5 milioni. Il Comune e l’impresa che ha eseguito i lavori mostrano la volontà di farli ripartire. Ora, si aspetta la pronuncia del Tar. Una soluzione per far riprendere i lavori potrebbe essere la cessione di un ramo d’azienda da Aedars a favore di un’altra impresa. Oppure, il Comune potrebbe intervenire autonomamente con una nuova gara d’appalto da far partire subito a tutela del bene pubblico.

di Maria Chiara Furlò