Sono passati vent’anni e non hai più visto un Gran Premio. Vent’anni e ancora provi una fitta quando senti quel nome. Vent’anni e sfuggi sempre il suo sguardo quando ti fissa dallo schermo. Soprattutto quell’ultima immagine: lui che a Imola si infila il casco giallo come un guerriero medievale che va allo scontro fatale.

Era il primo maggio 1994, oggi sei nel 2014 e ancora non sai darti una risposta: come può accadere che ci leghiamo, ci sentiamo perfino amici di uomini che non abbiamo mai incontrato, che non sanno nemmeno della nostra esistenza? Ma soprattutto: che cosa aveva di così unico, lui, Ayrton Senna? Chissà, forse è che nella nostra vita non abbiamo bisogno solo di obiettivi concreti. Pratici. Servono simboli. Lo sport è questo, anche se tutti ce lo siamo dimenticato, quelli che lo snobbano e quelli che ci perdono la salute. Il calcio è l’illusione di riuscire davvero a unire gli sforzi di undici uomini in una sola forza. E il gol è un breve, effimero Paradiso. L’atletica è la sfida per superare il corpo, correre più veloci dei muscoli. Del cuore. E l’automobilismo è il desiderio di afferrare la velocità, trattenerla tra le mani fino a un attimo prima che ti distrugga. É una sfida per liberarsi del nostro peso, per conquistare la leggerezza, muovendosi sul filo tra la vita e la morte. Tutto vero, ma Ayrton era qualcosa in più. Ti ricordi quando a cinque minuti dalla fine delle prove il telecronista annunciava: “Entra in pista Senna”. E calava il silenzio (come quando Coppi si alzava sul sellino e attaccava le montagne), mentre lui lottava per conquistare ogni centimetro di asfalto, per trattenere la forza centrifuga che voleva scrollarselo di dosso come un cavallo impazzito. In quel minuto e mezzo il tuo corpo si piegava sulla poltrona per seguire le curve. Il tuo cuore, questo soprattutto, batteva con il suo. Perché? Perché Senna e non altri che magari hanno vinto più di lui? Era il più veloce. Forse, ma non basta.

Non era un santo, come ricorda il suo amico Leo Turrini, e non credete alle beatificazioni post mortem. Era uno che pur di vincere avrebbe asfaltato chiunque. Però, nei suoi occhi a tutti pareva di leggere qualcosa: il coraggio che noi non abbiamo. Una determinazione assoluta. E una dedizione che somigliava tanto alla purezza: come se davvero potesse correre più veloce del tempo, se potesse sconfiggerlo. Centimetro dopo centimetro. Davvero ti pareva che in quel minuto e mezzo Senna – e tu con lui – si giocasse tutto. La vita e il suo senso. Il circo della Formula 1, i giri di miliardi, di follie sparivano. Era il simbolo, credevi, che si poteva vincere. Ma se Ayrton non ce l’ha fatta (già dal suo sguardo malinconico avresti dovuto capirlo), vuol dire che alla fine si perde. Anche per questo non riesci a guardarlo più.

il Fatto Quotidiano, 14 Aprile 2014