Concedere a un grande marchio commerciale Piazza del Plebiscito a Napoli non è un problema di tutela dei monumenti. Non so cosa deciderà il soprintendente architettonico Giorgio Cozzolino – specie dopo la nota del suo ministro Dario Franceschini, che sembra volerne impropriamente condizionare il verdetto –, ma in ogni caso il problema è politico, non certo tecnico.

Esattamente come nel caso del Ponte Vecchio noleggiato da Matteo Renzi alla Ferrari per una cena di lusso, del Teatro Greco di Siracusa concesso a un raduno di auto da corsa, della sala di lettura della Biblioteca Nazionale di Firenze usata come location per il lancio di una collezione di moda di Alessandro Dell’Acqua. In tutte queste occasioni in gioco non c’era la salvaguardia materiale dei luoghi, ma quella dei valori immateriali connessi a quegli spazi pubblici. Per secoli la forma dello Stato e la forma dell’etica pubblica si sono definite nella forma dei luoghi pubblici. Le città italiane sono sorte come specchio, e insieme come scuola, per le comunità politiche che le abitavano. E la funzione delle loro piazze era permettere ai cittadini di incontrarsi come liberi e come pari. Se trasformiamo questi luoghi in un centro commerciale più o meno occulto, essi non produrranno più cittadini, ma clienti, consumatori, sudditi del mercato. Il sociologo americano Cristopher Lasch ha scritto che “quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico, la gente corre il rischio di perdere la capacità di autogovernarsi”. Un enorme cartellone pubblicitario issato pochi anni fa sui monumenti di Piazza San Marco a Venezia gridava a caratteri colossali lo slogan: “Non rispettare le regole, dettale”. Che è esattamente il messaggio che mandiamo sottoponendo al mercato i grandi spazi pubblici del Paese.

Non ho nulla contro la Nutella (anzi…), ma dobbiamo chiederci se sia giusto che tutto abbia un prezzo: è questo il nostro progetto di città, e dunque di società? Il fatto che le soprintendenze (quando funzionano) siano rimaste (sole) a difendere lo statuto non commerciale dello spazio pubblico italiano appare sempre più intollerabile, ed è per questo che da destra a sinistra si propone di abolirle. In queste ore un sito web campano pubblica un ‘ editoriale ’ dal titolo: “Mika, la Nutella e piazza Plebiscito: abolire le Sovrintendenze”, che si apre con un plauso alla notissima avversione di Matteo Renzi per gli organi di tutela. Ma se non stupisce che il liberista Renzi detesti ogni limite sociale imposto alla creazione di reddito privato, ci si chiede per quale terrificante confusione culturale uno come Luigi De Magistris riveli, alla prova dei fatti, un’identica scala di valori. Certo, il bilancio comunale è in dissesto: ma se l’unica strada per fare qualche soldo è questa triste prostituzione dello spazio pubblico, il sindaco di Napoli dovrebbe almeno rinunciare alla sua retorica dei beni comuni. Che a questo punto rischia di suonare falsa come le innumerevoli imitazioni di una celebre cioccolata da spalmare.

il Fatto Quotidiano, 25 Aprile 2014