L’Italia di Renzi è trasparente. Ma, attenzione!, la desecretazione di documenti sui misteri d’Italia accumulati nella Prima Repubblica non c’entra niente. Il fatto è che l’attenzione dei media esteri s’è molto rarefatta, in questi giorni, per il nostro Paese e, in particolare, per la nostra politica: sarà forse la Pasqua, sarà anche la storia dei due Papi Santi che suscita tante curiosità, d’Italia si parla poco (e neppure male). Insomma, non ci badano.

La si può leggere in positivo, come un segno di normalità. Persino le vicende giudiziarie, diluite nel tempo all’infinito, di Silvio Berlusconi coagulano meno attenzione che in passato: percepito come un ex, Mr B. è sulla soglia del dimenticatoio (ma c’è da scommettere che il suo esordio ai servizi sociali a Cesano Boscone la prossima settimana sarà una foto-notizia mondiale).

Dopo la fiammata d’interesse per le nomine ai vertici di Eni, Finmeccanica e colossi vari, la stampa estera lascia lavorare Matteo Renzi e i suoi ministri, senza punture di spillo. Le drammatizzazioni rituali di casa nostra, sulla riforma del Senato, o sul job act, o sugli 80 euro in busta paga, e persino sulla partita del cuore, passano praticamente inosservate, forse perché nessuno le capisce – nemmeno noi pienamente, a dire il vero -.

L’atteggiamento nei confronti di Renzi resta d’attesa, senza (troppi) pregiudizi negativi. Anzi, oggi, le Nouvel Observateur assicura che tutti vogliono essere come Matteo, mica solo in Italia, ma addirittura in Europa: il giovane premier “è già il nuovo punto di riferimento delle sinistre europee”, che di aghi della bussola hanno proprio bisogno.

E The Economist, fustigatore per antonomasia degli italici costumi, dedica un passaggio a Renzi, dentro un impegnativo servizio sulle guerre del Vecchio Mondo: “I suoi colleghi di partito lo hanno presumibilmente scelto pure per la sua immagine presentabile… Fedele praticante che ha trascorso la gioventù nel movimento cattolico degli scout, ma ha idee liberali sui diritti civili delle copie dello stesso sesso”.

Chi resta più sulle sue è la stampa economica, che aspetta di vedere i conti, le coperture e i giudizi di Bruxelles. Già la scorsa settimana, il Financial Times avvertiva che “il tempo non è dalla parte del premier per riformare l’economia italiana”. Per il quotidiano britannico, la richiesta di rinviare gli obiettivi di bilancio europei “sgomenta” l’Unione, mentre Les Echos, francese, s’interroga se “l’esempio italiano è buono”, dopo quella che presenta come “la decisione di “voltare le spalle al rigore”.

Ma, a parole, Matteo lascia tutti confusi, incerti se credergli o meno. E nessuno, per il momento, chiama il bluff.