Il tabagismo costituisce una forma di dipendenza particolarmente pericolosa ed è la causa, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità,  di sei milioni di morti all’anno in tutto il mondo, destinati a salire ad otto milioni entro il 2030 e di cento milioni di morti in tutto il ventesimo secolo, una cifra superiore alla somma delle vittime di guerre ed epidemie varie. Per non parlare per gli enormi costi che gravano sui sistemi sanitari.

Gli effetti micidiali di sigaretta e tabacco sulla salute  sono del resto da tempo oggetto di incontrovertibile conoscenza scientifica. Il tabacco, d’altronde, è ancora più pericoloso di alcune droghe, come la marijuana e l’hashish sul piano sanitario e tanto più insidioso perché gode, al contrario di queste ed altre droghe, di una diffusa accettazione e tolleranza sociale.

Quest’ultima si è un po’ incrinata nei Paesi economicamente più avanzati, negli ultimi tempi, proprio a seguito della diffusa consapevolezza dei danni da sigaretta, che hanno portato i governi a varare leggi restrittive del diritto a fumare nei locali pubblici. Tale consapevolezza, sorretta da autorevoli rapporti scientifici, si è tradotta anche in azioni legali contro le principali aziende produttrici di sigarette costringendole in taluni casi a pagare risarcimenti di notevole entità alle vittime del fumo e ai loro familiari.

Di conseguenza, le  multinazionali del tabacco, come la Phillip Morris, sotto la cui egida operano marchi tristemente famosi come Marlboro e L&M,  hanno da un lato articolato la propria presenza sui mercati invadendo anche altri settori (si sospetta, con lo stesso rispetto per la salute dei consumatori con cui producevano e vendevano prodotti micidiali in modo diretto per la loro salute). Dall’altro, si sono riversate sui mercati del Terzo Mondo, dove il consumo di sigarette sta dilagando, con costi umani e sociali di grande dimensione.

Tali  mercati costituiscono oggi la salvezza delle multinazionali avvelenatrici. Le quali non sono certo disposte a mollare l’osso. Si spiega, così, l’azione intrapresa dalla citata Phillip Morris,  capofila di tali multinazionali, contro l’Uruguay, colpevole di aver firmato un accordo quadro con l’Organizzazione mondiale della sanità in materia di lotta al fumo, che prevede  fra l’altro l’apposizione di segnalazioni sulla nocività delle sigarette su di una superficie pari all’ottanta per cento di quella del pacchetto, il divieto di porre in vendita varietà apparentemente meno nocive, il divieto di fumare in spazi chiusi ed altro.

La Phillip Morris ha agito contro il governo di Montevideo sulla base dell’accordo per la protezione degli investimenti fra Svizzera (Paese in cui ha sede) e l’Uruguay, sostenendo la lesione dei propri diritti alla proprietà intellettuale, che le rigorose norme antifumo applicate dal Paese latinoamericano equivalgono in sostanza a un’espropriazione dei propri investimenti e chiedendo un risarcimento di ben due miliardi di dollari.

E’ evidente il carattere intimidatorio dell’azione presentata, che mira ad impedire che i Paesi del Terzo Mondo applichino le norme volte ad impedire la diffusione del tabagismo. E’ interessante constatare come l’Uruguay si sia rese invise non solo le mafie che lucrano sul traffico clandestino di droga liberalizzando lo spinello, ma anche le multinazionali, come per l’appunto la Phillip Morris.

E’ altresì preoccupante constatare come il Centro per la soluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID) si sia dichiarato competente in materia. Si profila un nuovo caso di conflittualità fra uno Stato latinoamericano e una multinazionale, fra il diritto alla salute e all’ambiente da un lato, e quello a fare profitti a spese della pelle altrui, dall’altro.

Una battaglia cui sarebbe bene partecipassero tutti coloro, e sono molti, che contano fra i propri cari una o più persona vittima delle numerose patologie indotte dal tabagismo, prima fra tutte il cancro al polmone. Identificando opportune misure di boicottaggio contro una multinazionale che ha sulla coscienza milioni e milioni di vittime in tutto il mondo, ma che continua a produrne come se nulla fosse.