Oltreché per la sua recente strigliata contro la corruzione, c’è qualcosa che mette in stretta vicinanza Papa Francesco col Parlamento: è quella sorta di comunanza d’intenti con l’attuale Presidente del consiglio, Matteo Renzi. E non è solamente per il cattolicesimo, dichiarato e praticato, di quest’ultimo: è per l’idea di rinnovamento che i due si sforzano di portare nei rispettivi ambiti, quello della politica per Renzi, quello della religione per il Pontefice.

Tutti e due, infatti, si ritrovano nella non semplice condizione di rappresentare l’ultima e decisiva possibilità per ridare credibilità a due istituzioni che certo non attraversano il loro miglior momento storico: il Parlamento e la Chiesa. Quel che c’era in passato è “game over” – per usare due parole inglesi care ai renziani – ora si tratta di rimettere in sesto un futuro.

Ma sino a questo momento Bergoglio batte Renzi, per lo meno, con un secco 1 a 0. Non me ne voglia l’attuale premier, che tra l’altro è pure il Segretario del partito del quale io stessa faccio parte; ma con la frase “chi sono io per giudicare gli omosessuali”, pronunciata da Papa Francesco poche settimane dopo la sua nomina, per continuare con le metafore sportive: chi l’ha detta è partito in fuga e non sarà facile per chi insegue recuperare.

Questo sì che è l’atteggiamento degno di un vero “rottamatore”, di chi ha deciso seriamente di rinnovare un’istituzione vecchia di due mila anni e si appresta a farlo guardando in faccia il presente e la modernità. Bergoglio non potrà certo venire meno alla Dottrina della Chiesa Cattolica, ma ha capito chiaramente quali sono i temi più importanti oggi sul piatto e non vi si sottrae. Certo, qualcuno potrebbe dire che queste sue uscite rappresentano solo della diplomazia, ma è innegabile che le stesse abbiano gettato i semi di un qualcosa che in futuro non tarderà a germogliare.

Rottamare la vecchia politica non pare essere così semplice. Matteo Renzi, però, continua a dare l’idea di rappresentare l’ultima chance, per ridare dignità al nobile mestiere che svolge chi si occupa della cosa pubblica. Di questo io stessa ne sono convinta. Ma dovrà metterne in campo di energie, colui che sino a qualche mese fa era solo il sindaco di Firenze, con tante idee di rinnovamento ma nessuna carica nazionale.

A causa delle difficoltà – fisiologiche, dico io – incontrate dai primi provvedimenti del Governo giunti in Parlamento, dei temi quali i “matrimoni omosessuali”, i diritti per la comunità Lgbt italiana e le unioni civili (o Civil partnership alla tedesca, come preferiscono sottolineare dallo staff del Presidente del consiglio) non s’è più parlato. Ora il dibattito è relegato agli ambienti direttamente coinvolti: se ne discute nei circoli dell’Arcigay, nei convegni, ma nella politica nazionale non v’è traccia.

Dal Governo nessuna dichiarazione in merito, nessun comunicato; non un verbo, che sia uno. Vedete allora come le parole di Bergoglio abbiamo consentito a quest’ultimo quel guizzo di cui parlavo? Peccato che di gara quasi non ce ne sia stata… Scrisse Renzi salutando la salita di Papa Francesco al soglio di Pietro “spero che quel suo appello a una Chiesa povera e per i poveri, si realizzi anche nei Sacri Palazzi. Se anche sciolgono lo Ior, insomma, noi ce ne facciamo una ragione…” E Bergoglio, immancabilmente, non deluse le aspettative dell’allora signor Sindaco, attuando quella rottamazione all’interno della banca vaticana che tutti conosciamo per averla letta in cronaca.

Tra i nostri due rinnovatori per eccellenza, tra le nostre ultime chanche che ci rimangono da giocare, chi può quindi imparare e chi può insegnare? Il nostro Presidente del consiglio faccia tesoro di quanto da lui stesso dichiarato e concretizzi al più presto la “speranza” della comunità omosessuale; potrà così colmare  il ritardo accumulato nei confronti del Pontefice. Perché in fondo, per questa partita, non è che abbia importanza che ci sia un unico vincitore e al traguardo è sempre meglio arrivare in coppia che da soli!