Piccole pasdaran crescono.

Tra le storiche amazzoni berlusconiane e le nuove soavi viperette renziane si nota una profonda differenza in quanto a mimica facciale: le prime (Santanché, Ravetto, Biancofiore, ecc.) esibivano sempre un’aria risentita e il sangue agli occhi di chi sta per saltare alla gola del contraddittore, le fanciulle or ora balzate sulla scena pubblica al seguito del premier (Boschi, Serracchiani, Picierno) spargono sorrisi apparentemente ingenui e beati, mentre ti inoculano il veleno.

Quella più ruspante della nuova genia è la Pina Picierno, una che sembra uscita dalla filmografia di Nanni Moretti: “faccio coose, vedo geente…”.

Seguita oggi ad Agorà, la performance della “signora Pina” ci aggiorna sulle ultime tendenze della neolingua politica della Seconda Repubblica in transizione.

In passato, al tempo del Berlusconi rampante, l’illusionismo comunicativo faceva ampio sfoggio di termini che servivano a mistificare il caso italiano come una sorta di “sfida all’O.K Corral”; le nuove “Guerre Stellari” in cui un Jedi redivivo (Obi-Wan Silvio) combatteva il guardiano dell’oscurantismo Darth Fener (solitamente Romano Prodi). Dunque, un florilegio di “comunisti”, “giustizialisti”, “quelli che odiano”.

Ora l’operazione è renzianamente meno hard e molto più avvolgente: trasformare in farisei quelli che non mostrano di prestare fede alla Buona Novella (ennesima, dal tempo di Craxi) della Grande Riforma calata dal cielo; stavolta materializzata in una culla dalle parti di Rignano sull’Arno. Il tema è quello del miscredente, in un profluvio di “conservatori” e “populisti”. Sicché – ancora una volta – il neolinguismo piega il significato delle parole a uso di potere.

Il primo termine da un po’ di tempo sul banco degli accusati è proprio “populismo”, che letteralmente significherebbe il riferimento alla naturale saggezza popolare contrapposta ai maneggi e ai cinismi dell’establishment. Sostanzialmente una visione ingenua, che nella metà del XIX ha dato vita in Russia al movimento (Narodničestvo) secondo cui i contadini erano la forza per abbattere l’autocrazia dello zar; il Populismo americano, riprodotto cinematograficamente da Frank Capra, contrapponeva la pulizia morale del cittadino qualunque (il Mr. Smith che dalla sua tranquilla e virtuosa provincia scende nella capitale corrotta) alle malefatte dei “Baroni ladri” del tempo.

Ma ora “populismo” è diventato inopinatamente sinonimo di “protestarismo demagogico”; stigmatizzando grottescamente ogni critica a qualsivoglia scelta punitiva nei confronti dei meno abbienti; relegati al ruolo di reprobi se non si dichiarano convinti di vivere nel “migliore dei mondi possibili”. La cosa buffa è che l’uso denigratorio di populismo/demagogia abbonda come artifizio polemico proprio nei discorsi dei nuovi demagoghi illusionisti. Appunto, alla Renzi; il quale si avvolge nell’aura di “nuovo che avanza” celebrato dalle soavi viperette nelle vesti di vestali del nuovo credo. Una fede che non ammette obiezioni. Per cui, se ritieni che l’abolizione delle Provincie (per non essere puro e semplice cambio di pelle di enti scarsamente utili) dovrebbe tradursi nello sbaraccamento complessivo che non c’è stato, sei un conservatore.

Se ritieni che rinunciare a una doppia lettura di una legge presenti pericoli per la qualità democratica e non reputi brillante l’idea di riempire il Senato con lo screditato personale politico delle Regioni, sei un inveterato conservatore.

Se giudichi la riforma della legge elettorale, definita in partnership con il massacratore della qualità civile italiana Berlusconi, una copia neppure abbellita del Porcellum, sei un bieco conservatore.

Contro la neolingua mendace degli imbonitori sarebbe ora di riportare in auge la vera lingua dimenticata, libera dai doppi sensi. Per chiamarli con il loro nome: bugiardoni.