Non ci sarebbe da stupirsi se i ministri cominciassero ad apparire in tv pubblicizzando offerte promozionali sulla vendita di pezzi del territorio del Belpaese. Notizia recente, solo per rendere l’idea, è l’asta telematica dell’Agenzia del demanio per la vendita di Poveglia, antico insediamento fortificato della Repubblica Serenissima in mezzo alla Laguna di Venezia alla bocca di porto di Malamocco, 3 isolotti collegati tra di loro, 75.000 metri quadrati di cui 5.000 edificati, dopo decenni di abbandono e tentativi finiti male di utilizzo con finalità turistico-culturali.

Da un lato il governo vende territorio, privatizza servizi e patrimonio immobiliare pubblico come fossero set di pentole, dall’altro c’è chi comincia a capire che si tratta di beni di tutti la cui privatizzazione e sottrazione alla disponibilità di enti locali significa impoverimento collettivo.

Roma, città stritolata dall’emergenza abitativa: sono solo della settimana scorsa le immagini delle violente cariche della polizia contro gli occupanti di uno stabile abbandonato da anni in via Baldassarre Castiglione, dove 150 famiglie senza casa avevano trovato risposta ad un diritto negato, quello all’abitare, che la prefettura continua invece a trattare come un problema di ordine pubblico.

Roma, città di immobili abbandonati: Palazzo Nardini, uno tra i tanti, edificio quattrocentesco in via del Governo Vecchio, sede del Governatorato nell’’800, è da 30 anni in stato di abbandono. La facciata degradata sgretolata dal tempo e dalle intemperie, degli affreschi di fine ‘400 rimane ben poco: il resto, probabilmente mancando i fondi per il restauro, è stato semplicemente coperto da intonaco. Nel 2003, la Legge finanziaria regionale del Lazio all’art. 18 prevedeva per quell’immobile uno stanziamento di 5 milioni di euro spalmati sugli anni 2003 e 2004 in attuazione di un documento di programmazione economico-finanziaria regionale e di un protocollo d’intesa sottoscritto dalla Regione e dal Ministero per i beni e le attività culturali.

La Regione Lazio avrebbe  dovuto concorrere alle opere di restauro e recupero artistico ed architettonico di Palazzo Nardini, di proprietà delle Asl del Lazio in comunione di beni, che avrebbe dovuto ospitare la Biblioteca di archeologia e storia dell’arte di Roma, nonché essere destinato ad uso istituzionale della Regione stessa. Dal 2005 al 2009, dieci milioni di euro per consolidamento e recupero; oggi il cantiere, lasciato a metà, testimonia spreco di risorse, assenza di progettualità e disinteresse delle amministrazioni al recupero di spazi che potrebbero essere vitali per una città in affanno su servizi, asili nido, diritto all’abitare.

Ieri Palazzo Nardini è stato riaperto al pubblico per qualche ora dalle realtà di movimento promotrici della campagna deLiberiamo Roma che con un’occupazione simbolica hanno voluto lanciare un percorso di delibere di iniziative popolare per ridisegnare dal basso la città e proporre alle istituzioni un’alternativa al piano di dismissione del patrimonio pubblico, del welfare e dei servizi pubblici con i quali si intende dare risposta al deficit di bilancio del Comune.

Richiuse le porte di Palazzo Nardini, la rete di realtà sociali si è mossa in corteo verso il Campidoglio dove è avvenuta la consegna delle delibere al segretariato comunale. Tra pochi giorni partirà in tutta Roma la raccolta delle 5.000 firme necessarie affinché le delibere di iniziativa popolare possano essere oggetto di discussione da parte del Consiglio:

– Ripubblicizzazione di ACEA ATO2;

– uso sociale del patrimonio pubblico e privato in disuso in opposizione alle dismissioni;

– esclusione dal Patto di Stabilità di tutti gli investimenti riguardanti servizi pubblici e welfare locale nonché azione del Consiglio Comunale di Roma Capitale affinché Cassa Depositi e Prestiti modifichi il proprio status giuridico e la propria funzione sociale ritornando a sostenere a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali, compito originario dell’istituto che raccoglie il risparmio postale e che, nel corso degli ultimi anni, è stato invece “inquinato” dall’ingresso delle fondazioni bancarie e dal finanziamento a imprese private.

– infine, la quarta delibera riguarda la scuola pubblica e chiede la garanzia in strutture pubbliche del diritto allo studio, a partire dalla scuola dell’infanzia e lo stop dei finanziamenti alle scuole private, riservando le risorse a quelle comunali.

Segnale della reattività della cittadinanza e dei movimenti, il lancio della campagna deLiberiamo Roma avviene mentre in Campidoglio si discute il “piano triennale per la riduzione del disavanzo e per il riequilibrio strutturale di bilancio” a cui è legata la concessione dei fondi necessari a salvare Roma dal default, attuazione del decreto Salva Roma, approvato a fine marzo e strutturato come una morsa che impedisce al Comune di derogare alle politiche di austerità. Il Piano dovrà essere approvato entro quattro mesi dall’entrata in vigore del provvedimento e Roma Capitale dovrà sottoporlo all’approvazione di una cabina di regia formata da ministero dell’Economia, dell’Interno e Presidenza del Consiglio. Il problema è che “riequilibrio del bilancio” per il Salva Roma significa soprattutto vendita del patrimonio immobiliare pubblico e politiche di privatizzazione dei servizi: sono queste le strade previste per fare cassa. Il tutto, sottoposto al controllo di un governo che più volte ha dimostrato la propria inclinazione neoliberista, è in sostanza uno strumento in più nelle mani di Renzi al fine di “razionalizzare” economicamente la gestione dell’ente locale e delegare al privato e alle sue esigenze di profitto ciò che finora era dovere del pubblico assicurare.

Oltre al bilancio economico, esiste il bilancio sociale delle politiche di austerity e il messaggio che la campagna deLiberiamo Roma sembra lanciare sin d’ora è che la stabilità economica e le esigenze di rientro del debito non possano mettere a repentaglio quelle che sono le funzioni essenziali degli Enti comunali: la garanzia di servizi efficienti e pubblici, non fondati sulle regole del profitto perché legati a diritti fondamentali dei cittadini.

Invece che continuare a immettere denaro una tantum nelle casse del Comune attraverso la vendita del patrimonio immobiliare, la campagna ne propone l’utilizzo per fini sociali e culturali, per l’offerta di spazi alla città, per la soluzione dell’emergenza abitativa, ciò che può generare ricchezza redistribuita e permanente.