E’ passato un anno dalla tragedia di Rana Plaza, quando – il 24 aprile 2013 – crollò la palazzina in Bangladesh. Nel disastro morirono 1138 lavoratori del tessile e rimasero feriti oltre 2000 operai e operaie, molti dei quali subirono atroci mutilazioni. L’associazione no profit ‘Clean clothes campaign‘ è in tuor da mesi nei paesi europei per costituire un fondo per le vittime e chiedere ai grandi marchi coinvolti il risarcimento dovuto. Una sfida lanciata alle multinazionali e presentata anche a Roma nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana. “Abbiamo raggiunto dei traguardi importanti, un accordo per ispezioni di sicurezza nelle fabbriche delocalizzate”, afferma Deborah Lucchetti dell’associazione ‘Abiti puliti‘ che aggiunge: “Questo fondo non è beneficenza, ma un giusto riconoscimento dei diritti dei lavoratori bangladesi da parte di chi ha operato a Rana Plaza”. “Le aziende italiane Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee non hanno ancora aderito al fondo – racconta ancora Lucchetti – a differenza di altre 28 multinazionali”. “A Benetton chiediamo di prendersi le sue responsabilità, di essere coerente con la sua immagine di azienda dedita al sociale e pagare 5 milioni di dollari come risarcimento a queste persone ormai senza lavoro a causa della tragedia” è il suo appello. Obiettivo della campagna raccogliere 40 milioni prima del 24 aprile. A raccontare il dramma dei lavoratori del tessile in Banghadesh c’è Shila Begum, una sopravvissuta al crollo. “Noi abbiamo lavorato per tutti, non solo per il nostro Paese. Vogliamo che ci vengano riconosciuti i nostri diritti” afferma commossa la lavoratrice. Accanto a lei c’è Safia Parvin, segretario generale del National Garment Workers Federation, il principale sindacato tessile del Bangladesh. “Nel tessile lavorano 4 milioni di persone in tutto il paese, 5 mila soltanto a Rana Plaza, l’80% sono donne”. Sui diritti sindacali il quadro è impietoso: “Siamo costretti a lavorare più di 8 ore al giorno, anche la notte, se il lavoratore si rifiuta viene spesso picchiato e costretto con la violenza a ritornare in fabbrica”  di Irene Buscemi