Si chiama “The deadly cost of fashion”, il documentario realizzato dai filmmakers Nathan Fitch e Ismail Ferdous per il New York Times: le immagini mostrano quel che accadde il 23 aprile 2013, in Bangladesh, quando il crollo del Rana Plaza, a Dhaka, causò la morte di 1133 lavoratori del settore tessile e ne ferì quasi 2500. Secondo quanto riportato dal Misna (Missionary international service news agency), Sohel Rana, proprietario dell’edificio, sarà accusato di omicidio colposo: “Stiamo pensando di procedere con accuse di omicidio colposo contro Sohel Rana e alcuni degli altri imputati”, ha detto Bijoy Krishna Kar, del dipartimento investigativo della polizia del Bangladesh, lo scorso 15 aprile durante una conferenza stampa, aggiungendo che, in caso di giudizio di colpevolezza, Rana potrebbe essere condannato a morte.

I lavoratori del Rana Plaza stavano tagliando, cucendo e impacchettando quei capi d’abbigliamento che vanno a formare l’ormai mastodontico mercato della moda low cost. Ma qual è il reale prezzo da pagare per comprare abiti e accessori spendendo così poco? “Gli americani – scrive Fitch sul New York Times – sono felici di spendere poco per comprare capi di abbigliamento alla moda, ma in alcuni casi questi prezzi sono possibili solo perché in Bangladesh (e in altri paesi) i lavoratori sono costretti a svolgere il proprio mestiere in strutture non sicure, a ritmi massacranti e con salari da fame”.

L’obiettivo di “The cost of fashion” è quello di spingere le aziende i cui capi venivano prodotti al Rana Plaza – tra cui Benetton – ad assumersi le proprie responsabilità, risarcendo le famiglie delle vittime e impegnandosi a garantire forme di lavoro che rispettino i diritti e la dignità del lavoratore.

Nel libro Over – Dressed: the shockingly high cost of cheap fashion, Elizabeth L. Cline spiega come l’unico vantaggio competitivo del Bangladesh, quanto alla produzione di moda, sia proprio il basso costo della forza lavoro: “In Cina – scrive Cline – il costo del lavoro sta aumentando. Così le aziende di moda tendono a spostarsi in paesi dove i margini possono ancora restare alti, come il Bangladesh. Il salario medio di un operaio in Cina è di 200 dollari, in Bangladesh di 37”.

I capi realizzati in Bangladesh, spiega ancora Cline nel suo libro, sono “capi base”: polo, t-shirt, pantaloni cargo, in poche parole tutto quel che richiede una manifattura semplice, perché in questo paese non si è ancora arrivati ad avere know-how e macchinari necessari per lavorazioni più difficili e preziose, come invece sta accadendo in Cina. Condizioni inumane, dunque, per produrre t-shirt che arrivino a costare sempre meno.

Ed è proprio nel tentativo di promuovere una maggiore consapevolezza quanto al reale prezzo da pagare per una moda low cost che Fashion revolution ha organizzato una campagna social per domani 24 aprile (in Italia sostenuta da Altromercato con altraQualità ed Equomercato), a un anno esatto dalla tragedia del Rana Plaza. La campagna, nata in Gran Bretagna da un’idea di Carry Somers, pioniera del “fair trade” e di Orsola de Castro, stilista italiana d’adozione londinese, punta a coinvolgere, in 50 Paesi, tutti coloro che fanno parte del settore moda: dai coltivatori di cotone ai lavoratori delle fabbriche, dai grandi marchi ai negozi di abbigliamento di quartiere, fino ai consumatori e agli attivisti.

L’obiettivo? Sostenere la possibilità di un sistema moda che si basi su filiere produttive trasparenti, etiche e giuste. “Chi ha fatto i tuoi vestiti?”: ecco la domanda che la campagna di Fashion Revolution invita a porsi, coinvolgendo il consumatore e chiedendogli di rispondere con una semplice foto (un “selfie”, anzi, che per una volta diventa utile): basta indossare i propri abiti a rovescio, fotografarsi e condividere la foto su Twitter o Facebook, con l’hashtag #InsideOut.