Pagati senza lavorare: un sogno per molti, una condanna per chi ha a cuore la dignità del lavoro. E’ la situazione paradossale in cui si trovano nove dipendenti di Metro Cash & Carry, la catena internazionale di distribuzione alimentare all’ingrosso. La storia dei nove lavoratori del punto vendita di Sambuceto, in provincia di Chieti, ha avuto inizio nel giugno 2013. L’azienda aveva dichiarato 26 esuberi nella sede abruzzese: la maggior parte degli interessati hanno accettato gli incentivi offerti dalla società per rinunciare al posto di lavoro, ma in nove si sono opposti. E così sono andati incontro al licenziamento, che Metro ha ufficializzato il 6 giugno 2013. I dipendenti, però, non hanno mollato la presa e hanno fatto ricorso in tribunale. Dopo nove mesi di vertenze legali, l’11 marzo scorso il giudice del lavoro di Chieti ha dato loro ragione, riconoscendo “l’illegittimità del licenziamento per esperimento della relativa procedura su base locale piuttosto che nazionale e per la mancata considerazione, nella valutazione del personale in esubero, di tutti i reparti del punto vendita di Sambuceto”. In poche parole, il magistrato contesta all’azienda di avere scelto di licenziare i lavoratori della filiale abruzzese senza considerare gli altri 44 punti vendita e unità operative sparse per il territorio nazionale. Il giudice ha perciò condannato l’azienda a reintegrare al lavoro i nove dipendenti e a risarcirli di una somma “pari alle retribuzioni globali di fatto maturate dalla data del licenziamento alla reintegra”. Per i nove lavoratori è sembrata la fine di un lungo periodo di inattività. E invece no. Il 3 aprile è arrivata una lettera dell’azienda. La società ha fatto sapere di avere preso atto della sentenza e di avere “provveduto alla formale reintegrazione” dei dipendenti al loro posto di lavoro, pur affermando il proprio “diritto a proporre opposizione”. Poi, la doccia fredda: “Allo stato, e salva futura comunicazione, Lei è dispensato dal servizio, fermo il Suo diritto alla retribuzione“.

Una notizia che ha suscitato l’immediata reazione dei lavoratori. “La dignità passa non solo attraverso la remunerazione, ma anche attraverso la possibilità di lavorare”, afferma Davide Frigelli, sindacalista Fisascat Cisl. “Se le cose non cambieranno, faremo un nuovo ricorso contro questa decisione dell’azienda”. Nonostante le rimostranze dei sindacati, la società tira dritto per la sua strada. Metro Italia ritiene di “avere agito nel pieno rispetto delle norme in materia” e fa sapere di avere “già avviato, tramite i propri legali, le procedure di opposizione a quest’ordinanza”. Il direttore risorse umane Massimo Casalotto Cossu spiega poi la decisione di non fare lavorare i dipendenti reintegrati: “In piena coerenza con il piano di rilancio del punto vendita di Sambuceto, che si è concretizzato attraverso un nuovo approccio commerciale e con un nuovo modello organizzativo del lavoro, il reintegro all’interno della struttura operativa non rappresenta una soluzione sostenibile”. C’è una linea sottile che lega Sambuceto a Melfi, dove per due volte la Fiat, nel 2010 e nel 2012, reintegrò tre operai licenziati, rispettando la sentenza del tribunale, ma rifiutandosi di ammetterli alla linea di produzione. “Purtroppo è una pratica abbastanza diffusa tra gli imprenditori italiani”, spiega l’avvocato Alberto Piccinini, che seguì la causa degli operai di Melfi. “In questo campo, Fiat ha fatto scuola“. In più occasioni, come nel caso dello stabilimento lucano del Lingotto, la magistratura ha obbligato gli imprenditori a riassumere i propri dipendenti licenziati. “Ma se esiste una serie di operazioni coercibili, per esempio l’iscrizione a libro paga – precisa il legale – l’opinione prevalente è che non sia possibile costringere materialmente l’azienda a fare lavorare il dipendente”.