La maggioranza che sostiene Matteo Renzi vuole farci provare il brivido della suspence. Con la decisione di mettere la fiducia sul Decreto lavoro, infatti, il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, Maurizio Sacconi e soci, ha deciso di impugnare una bandiera per farsi notare. “Così com’è non lo votiamo”, hanno urlato gli ex berlusconiani mentre, nelle stesse ore, il loro leader annuncia al giornale della Capitale che si impegnerà, da ministro dell’Interno, a “ripulire Roma dai delinquenti”. Il voto del 25 maggio si avvicina per tutti e i tempi sono magri, i voti anche. Quindi, eccoci di fronte al “durissimo” braccio di ferro per stabilire agli occhi degli elettori che anche l’Ncd ha un senso.

La cosa divertente è che, grazie a questa prova di forza, che potrebbe rientrare nella giornata di martedì, quella che si autodefinisce sinistra del Pd si inorgoglisce per aver strappato modifiche importanti al Decreto lavoro. Stiamo parlando dell’unico testo legislativo che, al momento, riorganizza il mercato del lavoro sulla scia del famigerato Jobs act di cui si sono perse le tracce. Il ministro Poletti, su spinta del Matteo nazionale, aveva redatto un testo che prevede la possibilità di reiterare contratti a tempo determinato per 36 mesi senza specificarne la causale e con la possibilità di operare fino a otto proroghe. La dura battaglia parlamentare ha portato le proroghe a…cinque. I precari possono rifiatare. Anche gli altri successi non scherzano: i contratti a tempo non devono superare il 20% dei contratti a tempo indeterminato: ogni cinque dipendenti, quindi, se ne può assumere uno a tempo rinnovandogli il contratto per ben cinque volte in tre anni. Si capisce che con modifiche così ben fatte la precarietà ha i giorni contati. Anche l’apprendistato ha visto grandi miglioramenti anti-sfruttamento: è stata infatti reintrodotta la formazione pubblica ma in una forma così blanda e vaga che nessuno se ne accorgerà.

La sostanza di tutto questo è che, ancora una volta, sul tema della precarietà si giocano giochetti parlamentari da “prima Repubblica” e si sviluppa una demagogia d’altri tempi. I fautori della linea dura, alla Sacconi per intenderci, reputano una concessione al sindacalismo di classe aver portato le proroghe da otto a cinque (ripetiamo, da otto a cinque); coloro che nel Pd si stanno battendo per non scomparire di fronte al caterpillar Renzi, sbandierano come un successo “rosso” il contrario. Entrambi, però, governano insieme nonostante si siano fatti la guerra, proprio sul terreno del lavoro, negli ultimi dieci-quindici anni.

La pantomima probabilmente terminerà con un pari e patta e tutti saranno soddisfatti. I precari, come sempre, non ci guadagneranno nulla.