Mi ero ripromessa di non parlarne, ma poi ho deciso che no, non potevo lasciare che altri sentenziassero su un fatto così privato e intimo della mia vita. Anche perché comunque vada, se ne parlerà in modo risolutivo il prossimo 18 giugno quando la Grande Chambre alla Corte Europea dovrà decidere sul ricorso che porta il nome di una guerra, Parrillo contro Italia, un’altra norma della Legge 40, un altro assurdo divieto che nega l’utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Perché il ricorso?

Un figlio a tutti i costi non è mai stata mia vocazione, tutt’altro. E sono fermamente convinta che siamo umani tutti interi anche senza necessariamente doverci riprodurre. Nel 2002 – un anno prima dell’entrata in vigore delle Legge 40 – con il mio compagno Stefano, in una clinica di Roma avevamo crioconservato cinque embrioni. Poi, nel 2003, in Iraq Stefano salta in aria su 300 chili di tritolo a Base Maestrale dove si trova per sopralluoghi per il nostro progetto cinematografico. In quel momento, per me, compagna di fatto, la priorità è il riconoscimento dello status more-uxorio e conseguente causa contro il ministero della Difesa per risarcimento danni per la morte di Stefano. Quando, nel 2005, contatto la clinica per cercare di capire come procedere, vengo informata del fatto che con la legge 40 gli embrioni crioconservati non sono più nella mia disponibilità; per qualsiasi genere di autodeterminazione, anche quella di poterli donare alla ricerca scientifica.

Ma oggi, con il divieto della ricerca sugli embrioni, come sancisce la legge 40, quali alternative avrei io? Praticamente nessuna, se non quella di lasciarli crioconservati all’infinito, fino a quando non intervenga una norma che stabilisca un certo numero di anni dopo i quali potrebbero essere anche “gettati in un lavandino”, come ebbe a dire il Professor Umberto Veronesi.

L’embrione, fuori dall’utero non è vita, è solo materiale organico. Affinché l’embrione diventi vita, questo “deve essere impiantato nel grembo materno”. È ciò che ha stabilito una sentenza della Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo nel caso Artavia/Murillo e altri contro Costa Rica il 20.12.2012, con la quale il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione in vitro previsto nell’ordinamento costaricano è stato dichiarato contrario alla Convenzione Americana dei Diritti dell’Uomo 7/22.11.1969.

Si legge in particolare al § 264 della succitata sentenza: “La Corte ha utilizzato vari metodi di interpretazione, che hanno portato a risultati univoci nel senso che l’embrione non può essere inteso come una persona ai fini dell’articolo 4.1 della Convenzione americana [che, analogamente all’art. 2 CEDU, protegge il diritto alla vita]”. E prosegue: “Inoltre, dopo l’analisi dei dati scientifici disponibili, la Corte ha concluso che il “concepimento”, ai sensi dell’articolo 4.1 avviene dal momento in cui l’embrione viene impiantato nell’utero materno, ragion per cui prima di questo evento non può farsi applicazione dell’articolo 4 della Convenzione”.

Per me, e per tutti quelli che credono che l’autodeterminazione sia un bene primario da salvaguardare, auspico per il prossimo 18 giugno la 21a bocciatura di un’altra norma ingiusta della Legge 40 da parte di un tribunale.