Pubblichiamo uno stralcio di “La lunga notte dell’euro” (Rizzoli) di Alessandro Barbera e Stefano Feltri, in uscita giovedì, che ricostruisce i retroscena italiani ed europei della crisi finanziaria.

Il 4 agosto 2011 arriva la famosa lettera della Bce: il caso Italia nasce a Francoforte, ma è il governo italiano a decidere come gestire il rapporto con la Banca centrale europea. Il primo a occuparsi della questione è il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta. In teoria il titolare della politica economica è Tremonti, ma i suoi rapporti con Berlusconi sono talmente deteriorati che viene lasciato all’oscuro di tutto. “Ho saputo della lettera da canali accademici”, ricorda Renato Brunetta, che non vuole aggiungere dettagli su questo, ma assicura di essere stato lui a informare Berlusconi per primo della missiva in arrivo con le condizioni richieste da Francoforte in cambio del sostegno sui mercati finanziari. “Perché non la prendiamo come una grande occasione?”, suggerisce il ministro al Cavaliere. Brunetta era il principale sostenitore della teoria del “vincolo esterno”, cioè dell’idea ricorrente in Italia che sia utile avere una sollecitazione da parte terza a fare riforme difficili, così da scaricare altrove il costo politico delle misure più impopolari e vincere le resistenze corporative e burocratiche usando come scudo l’ormai abituale argomento del “ce lo chiede l’Europa”. Secondo la ricostruzione di Brunetta, la sera del 4 agosto Berlusconi telefona a Draghi, ancora governatore della Banca d’Italia, il quale conferma l’esistenza della lettera. Nessuno vuole ammettere quanto il contenuto sia stato negoziato e quanto imposto dall’alto. La mediazione viene affidata a Gianni Letta e Daniele Franco, oggi Ragioniere generale dello Stato e a quel tempo capo del Servizio Studi della Banca d’Italia. Tremonti non viene coinvolto: i rapporti con Berlusconi sono ormai compromessi.

Stando a quanto riferiscono tre diverse fonti indipendenti di Tesoro, Commissione europea e Bce, da mesi l’Italia si era detta disponibile a Bruxelles ad anticipare di un anno il pareggio di bilancio. Una scelta che lasciava perplessi molti dei tecnici di via XX Settembre, visto che già l’obiettivo del 2014 sembrava difficile da raggiungere, figurarsi un pareggio strutturale nel 2013. Eppure quella era l’indicazione che ricevevano i negoziatori italiani alle riunioni dello Euro Working Group, il tavolo tecnico che riunisce a Bruxelles rappresentanti dei ministeri delle Finanze dell’area euro, della Commissione europea e della Bce. È lì che si discutono i dossier che poi vengono affrontati dall’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri e dei capi di governo dell’Eurozona.

Fino a marzo 2011 il presidente dello Euro Working Group era stato l’austriaco Thomas Wieser, che aveva nel frattempo lasciato il posto al numero due di Tremonti, l’allora direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Che senso ha proporre un vincolo così stringente come il pareggio al 2013 visto che le possibilità di riuscire a rispettarlo sono bassissime? Se lo chiedono i tecnici del Tesoro e gli altri membri dello Euro Working Group, trovando soltanto due spiegazioni. La prima è finanziaria: con i mercati così sfiduciati sulla tenuta dell’Italia, l’unica soluzione è proporre un obiettivo ambizioso, che certifichi la volontà di impegnarsi con risultati tangibili, non importa a che prezzo per la maggioranza di governo e di effetti negativi sulla crescita.

L’altra spiegazione è più politica: nei mesi precedenti era accreditata la voce che Tremonti fosse pronto a sostituire il Cavaliere con l’appoggio della Lega e del Quirinale. Ma proprio nelle settimane in cui Tremonti coltiva (anche se lui nega) questi progetti, scoppia uno scandalo attorno a un suo stretto collaboratore, il deputato Pdl Marco Milanese. L’ex ufficiale della Finanza è accusato di aver preteso oggetti di lusso in cambio di favori ad alcuni imprenditori.

Dopo l’arrivo della lettera della Bce c’è un vertice di maggioranza per discutere il da farsi: il governo italiano scrive una risposta alla Bce in cui sostanzialmente si accettano le richieste. Trichet e i membri del consiglio Bce sono molto cauti: come ci si può fidare di un esecutivo in cui il premier e il ministro dell’Economia non si parlano o, peggio, si ostacolano a vicenda? Francoforte decide di credere all’Italia e riprende a comprare i titoli: rifiutarsi sarebbe una sconfessione esplicita di Berlusconi con conseguenze finanziarie devastanti. Ma la politica italiana si mostra incapace di approfittare della finestra di opportunità ottenuta grazie alla lettera. La nuova manovra di bilancio in Parlamento viene cambiata più volte: il punto più debole dell’intervento di luglio non è stato corretto – resta l’incertezza sulla reale possibilità di trovare oltre 20 miliardi con una complessa riforma del fisco – e il grosso degli interventi aggiuntivi avviene dal lato delle tasse, non tagliando la spesa. Il contrario di quel che si aspettano mercati e istituzioni europee. Berlusconi risulta inadempiente, l’estate è passata e non ha rispettato gli impegni richiesti dalla lettera.

Di Alessandro Barbera e Stefano Feltri

Da Il Fatto Quotidiano di martedì 22 aprile 2014