L’attività delle agenzie che offrono sistemazione, corsi di lingua e lavoro dietro compenso è un’attività illegale. La legge italiana in materia di occupazione è molto chiara, e così è inequivocabile quella inglese: nessuno può farsi pagare per offrire un lavoro. Semmai le agenzie, quelle serie, devono essere pagate dal datore di lavoro. A spiegarlo a ilfattoquotidiano.it è Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro all’Università Bocconi di Milano.

Professore, ci troviamo di fronte a strutture, gestite da italiani, che si definiscono agenzie di viaggio o di servizi ma che, in realtà, offrono in modo più o meno esplicito lavoro in cambio di denaro. Approfittano di una sorta di “interregno” legislativo?
In realtà la legge esiste ed è inequivocabile, ma queste agenzie la aggirano usando lo schermo formale dei servizi di accompagnamento all’estero dei nostri giovani, come la ricerca di una casa o l’offerta di corsi di inglese, per nascondere una vera e propria attività illecita di intermediazione di manodopera.

In che modo la legge inglese e l’Europa vietano la pratica del lavoro in cambio di soldi?
A livello europeo la materia è regolata dalla direttiva n. 104 del 2008 che impone specifici requisiti alle agenzie di somministrazione di lavoro, le quali, oltre a dover possedere economicamente solide, non possono lucrare sugli stipendi dei lavoratori somministrati. In altri termini, le agenzie non possono chiedere di essere pagate dai lavoratori ma solo dalle imprese che li utilizzano. Sono principi che applicazione anche nel Regno Unito che ha recepito la direttiva europea con gli Agency Workers Regulations del 2010.

Come dovrebbero funzionare le agenzie per il lavoro nel nostro Paese?
Già la legge Treu nel 1997, poi recepita dalla Biagi e più recentemente modificata dal decreto legislativo 24 del 2012, hanno stabilito regole precise. Tra queste, in Italia, l’albo delle agenzie interinali – poi ribattezzate agenzie di somministrazione. Per aprire un’agenzia devono essere rispettate regole precise: è necessario un capitale cospicuo alla base (circa seicentomila euro), non devono svolgere altre attività collaterali e devono svolgere un principio di parità di trattamento retributivo. Ad esempio: un barista assunto tramite agenzia di somministrazione non può prendere meno soldi di un collega assunto in un altro modo. Ora, il problema è che le agenzie di somministrazione abusive sfuggono a queste regole e, in più, non sono economicamente solide, quindi non possono dare al lavoratore nessuna garanzia né per il puntuale pagamento degli stipendi né, ad esempio, nel caso di infortunio.

Molto spesso le agenzie a Londra propongono un pacchetto che comprende alloggio e corso di lingua – e il lavoro apparentemente solo come accessorio. Siamo comunque nell’illegalità?
E’ semplicemente un modo per eludere le regole. Come con l’antico fenomeno del ‘caporalato’, dove la persona che carica i lavoratori per portarli, ad esempio, al cantiere, si fa pagare i servizi di trasporto. Quello che succede con le nuove agenzie che vediamo nascere a Londra non è altro che un caporalato 2.0.

Come si può contrastare un fenomeno di questo genere?
Ci vorrebbe un sistema coordinato di vigilanza tra i Paesi europei. In Italia il sistema di controllo e di repressione delle illegalità nel mercato del lavoro è poco efficace. Gli ispettori del lavoro sono pochissimi. Inoltre, il panorama è estremamente volatile e frammentato, con società che nascono, cambiano e scompaiono con grande rapidità, oltretutto in un contesto multinazionale. Infine, in un momento di crisi come questo, la volontà di reprimere il fenomeno è molto bassa. Il mercato del lavoro inglese ne beneficia sfruttando manodopera pressoché inesauribile a bassissimo costo. Ma soprattutto l’Italia, da parte sua, ne trae un beneficio. A quale percentuale arriverebbe il tasso di disoccupazione se tantissimi giovani italiani non andassero a cercare lavoro all’estero?

Twitter: @andreavaldambri