Affidare i gemelli che nasceranno ai loro genitori biologici, che avrebbero, secondo alcuni giuristi, il diritto di rivendicarli; lasciare i bambini alla madre che li ha partoriti, come prescriverebbe, sostengono altri, la normativa attuale; ipotizzare una sorta di ‘affido congiunto’ in una famiglia ‘allargata’, con un ruolo attivo per entrambe le coppie coinvolte. Sono queste le tre vie possibili ipotizzate da giuristi e bioeticisti per dare soluzione al caso dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma, in seguito al quale una donna è ora in attesa di due gemelli non suoi. Ieri l’identificazione dei genitori biologici

Tre diverse soluzioni, quelle proposte dagli esperti, che partono da premesse differenti. Secondo il giudice costituzionale Ferdinando Santosuosso, “la legge dice che il figlio è di chi lo partorisce; quindi la donna che sta portando avanti la gestazione non rischia di perdere i figli. Può perderli solo se decide di interrompere la gravidanza”, mentre “la mamma genetica non ha nessun titolo, dal punto di vista giuridico, di rivendicare alcunchè”. Interrompere la gravidanza, “in Italia non è possibile oltre il terzo mese ma, in questo caso – sottolinea Santosuosso – la situazione è di una gravità tale che potrebbero esserci gli estremi per un aborto terapeutico, quindi anche oltre i tre mesi”. La donna potrebbe però decidere di proseguire la gravidanza ma, se non se la sentisse di tenere i bambini, precisa il giurista, “potrebbe non riconoscere i figli alla nascita”.

Un’interpretazione differente arriva invece dall’avvocato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo: “I genitori biologici dei gemelli hanno diritto a chiedere la restituzione dei figli. L’ipotesi che ricorre, infatti – spiega – è quella di ‘sostituzione di neonato’ e secondo l’art. 240 del Codice civile l’azione di richiesta di restituzione del neonato, esperibile solo dopo la nascita, può essere esercitata da qualsiasi interessato e, quindi, anche dai genitori biologici”.

Dal punto di vista etico però, sostiene il vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), Lorenzo D’Avack, la soluzione più opportuna sarebbe un’altra: una “famiglia superallargata, nella quale entrambe le coppie coinvolte dovrebbero avere un ruolo attivo, oltre che affettivo, nei confronti dei nuovi nati. In questo caso, infatti – sottolinea il bioeticista – sarebbe fortemente discutibile sia l’idea di ‘restituire’ i nati ai genitori biologici, sia quella che la coppia in attesa tenga i gemelli senza dir loro la verità”. Su quest’ultimo punto, D’Avack conclude che è “impensabile la sola l’ipotesi di nascondere l’accaduto ai bambini, soprattutto perché la conoscenza delle loro diverse origini genetiche potrebbe rivelarsi, nel futuro, una condizione essenziale anche per eventuali ragioni di salute”.

Vincenzo Zencovich, ordinario di Diritto comparato all’università di Roma Tre e legale dell’ospedale Pertini, in un’intervista al Corriere della Sera dice di non avere dubbi: “I due bambini non sono figli della madre gestante perché manca il presupposto del consenso all’impianto di embrioni non propri. La legge è chiara laddove si parla di stato giuridico del nato, la parte che non è stata dichiarata incostituzionale dall’ultima sentenza della Consulta”. 

Per Zencovich “i nati della procreazione medicalmente assistita hanno lo stato di figli legittimi della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche e che ha dato il consenso per ricevere attraverso l’impianto i propri embrioni. Le norme aprono la strada al disconoscimento perché esiste la prova che attesta l’impiego, per l’impianto, di materiale genetico estraneo. Il parto è apparenza. La genetica è verità. E la verità è che quei figli non sono stati concepiti dalla donna che li partorisce”.

Per Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta invece “in base a quanto previsto dal codice civile, i figli sono della donna che li ha partoriti e del di lei marito o compagno. Anche la legge 40, nel prevedere l’irrinunciabilità della maternità e della paternità della coppia che dà il proprio consenso alla fecondazione assistita, porta tutto ciò alle estreme conseguenze. Il padre genetico è l’unico che in sede civile potrà agire per affermare che il genitore è lui”, spiega Mirabelli in una intervista a Il Messaggero. “Ma stabilire la prevalenza tra i due interessi, uno della genitorialità genetica e l’altro della genitorialità di gestazione, che in questo caso si trovano contrapposti, è un compito che spetta al legislatore”.

Secondo il giurista “il pasticcio sta innanzitutto nel fatto che non si può considerare il nascituro come oggetto di rivendicazione. Un nuovo intervento normativo, che preveda un ripensamento complessivo e uno statuto dell’embrione e del nascituro, sarebbe auspicabile. Ritengo che non si debba intervenire sull’onda dell’emozione o sulla base di singoli casi: si rischia un andamento pendolare che porta a una disciplina in un senso o nel suo esatto contrario. Sarebbe bene mettere sul tappeto tutte le problematiche per garantire la migliore protezione del nascituro. L’embrione non va ritenuto come una cosa nella disponibilità di chi lo ha generato”.

E lui il genitore biologico intervistato da Repubblica è distrutto: ”In questa storia ci sono sei vittime, siamo io e mia moglie, la coppia che sta portando avanti la gravidanza, e quei due bambini che nasceranno. Anche loro sono delle vittime. Un errore, una svista di qualcuno, una distrazione, non lo so cosa può essere accaduto, ha avuto come risultato di provocare sei vittime. È terribile, non auguro a nessuno di provare quello che stiamo provando noi in queste ore. È una storia troppo più grande di me, troppo più grande di mia moglie. Siamo sconvolti, disorientati, spaventatì. Mia moglie è sotto choc”, dice l’uomo. Sulla possibilità di un ricorso, “non lo so, ancora non abbiamo sentito l’avvocato, perché la Commissione del Pertini ci ha comunicato l’errore solo mercoledì sera. Dopo quella telefonata ci è crollato il mondo addosso, non immaginavamo di essere noi la coppia su cui si erano sbagliati”.