Due omicidi, quattordici indagati, quattro ordinanze di custodia cautelare, e una decina di ragazze costrette sui marciapiedi della città, alcune delle quali anche picchiate, in un caso anche forzata nonostante lo stato di gravidanza. E’ lo spaccato emerso dall’indagine della Procura, che ha coordinato sia carabinieri che polizia, in questa maxi indagine che ricompone il puzzle su due fatti molto cruenti che sconvolsero il Piacentino e si sono scoperti avere sullo sfondo lo sfruttamento della prostituzione.

Il tutto è partito dalle indagini sull’omicidio di Sadik Hajderi, albanese di 39 anni, che venne ammazzato da un commando di killer il 1 settembre del 2013 proprio di fronte a un bar di via Colombo a Piacenza affollato di clienti. Due colpi di pistola, uno di fronte e uno alla schiena mentre cercava di scappare, esplosi da un uomo aiutato da un paio di complici, un palo e un altro che lo aspettava in auto, che gli hanno facilitato la fuga. “E’ vero, sono stato io a sparare” aveva ammesso uno dei due arrestati, solo una settimana dopo: si trattava di due fratelli albanesi, di 28 e 30 anni, fermati all’aeroporto di Malpensa dalla squadra mobile della polizia piacentina, mentre cercavano di imbarcarsi su un volo diretto a Tirana. L’ultimo albanese è invece finito in manette in questi giorni, e si tratta di un connazionale 30enne rintracciato sempre nella capitale dell’Albania e che verrà a breve estradato.

Ma la vicenda, a quanto pare, è collegata a un altro fatto di sangue, avvenuto a Sariano di Gropparello il 9 luglio dello scorso anno. Il corpo di Francesco Casella, 79enne, era stato trovato nei boschi di San Michele di Morfasso e per la sua morte era stato arrestato il figlio Adriano. Il 36enne, da quanto accertato, avrebbe ucciso il padre sparandogli alla testa un chiodo con una pistola da macellazione per motivi economici. Voleva riscattare una prostituta della quale si era invaghito e avrebbe chiesto al padre la somma necessaria, che gli era stata negata. Fulcro dei due delitti, così come del giro di prostituzione, una 28enne albanese. La giovane, non solo avrebbe circuito Adriano Casella, tramite una “lucciola” del giro, per convincerlo a consegnarle ingenti somme di denaro, ma avrebbe anche fatto parte della banda che, insieme al marito (tra gli arrestati), avrebbe sfruttato diverse ragazze provenienti dal suo paese di origine. Un raggiro che la donna, rientrata nel Piacentino dopo un periodo in Albania, avrebbe messo in atto anche con una seconda persona, che fortunatamente non è caduta nel tranello.

In definitiva, quella che è stata debellata è una vera e propria “organizzazione”, come è stata definita dagli inquirenti, che operava tra Italia e Albania e di cui la 28enne avrebbe tenuto le fila dopo l’arresto del marito, coinvolto direttamente nell’omicidio di via Colombo: numerosi viaggi sono stati documentati tra i due paesi da parte dei componenti del gruppo, che gestivano le ragazze comunicando fra loro utilizzando le moderne tecnologie, fra le quali Skype. A conclusione delle indagini, sono quindi quattordici le persone destinatarie di ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta.

“Si è ricostruito l’ambiente nel quale sono maturati gli omicidi, relativo all’esercizio della prostituzione – ha chiarito il procuratore capo, Salvatore Cappelleri – e abbiamo individuato due gruppi collegati tra di loro che operavano sia prima che dopo i delitti. Sono reati tipici dove si mettono in conto la minaccia e la violenza violenza ma all’origine c’è un problema di valori: non rispettando la persona ogni strumento viene ritenuto idoneo per lo scopo del profitto”.