Ha ragione Maria Agrippina Amantia, donna e madre mediterranea di Mineo, piana degli agrumi, la “terra dei limoni e della luna”, 35 chilometri di superstrada da Catania. Ha proprio ragione lei e, a proposito di mafie, ci dice una cosa importante, vera, moderna. Rivendica il diritto che suo figlio, operaio del Comune,  37 anni, Salvatore Pulici, padre di una bimba di 5 anni, debba essere riconosciuto ufficialmente come una vittima della criminalità organizzata. L’11 giugno 2008, nel buio pesto di una sudicia vasca del depuratore comunale di Mineo, Pulici morì soffocato. Fu una delle vittime di un incidente sul lavoro che provocò la morte di sei persone. Oltre Pulici, questi i loro nomi: Giuseppe Palermo, Natale Sofia, Giuseppe Zaccaria, Salvatore Tumino e Giuseppe Smecca.

Accadde questo in quella vasca, quella notte di sei anni fa: i sei operai, dipendenti di una ditta che operava per il Comune, scesero nella vasca del depuratore per ripulirla, ordinaria manutenzione nell’interesse pubblico, routine, ma furono investiti da esalazioni tossiche e morirono. Durante le settimane precedenti all’incidente la piccola ditta di espurgo aveva sversato nel depuratore rifiuti tossici e nocivi prelevati non si sa dove e per conto di chi.

Ora in una petizione su Charge.org, la signora Amantia scrive una lettera al ministro dell’interno Alfano. Sostiene Amantia: “Queste vittime sono vittime di connivenze mafiose. Facciamo in modo che finalmente sia fatta giustizia. Chiedo che sei morti vengano onorati della qualifica di vittime della mafia”.

Il 26 novembre 2012, il tribunale di Caltagirone ha emesso la sua sentenza di primo grado per quei morti: diciassette anni e sei mesi di carcere e due assoluzioni. Condannati l’ex assessore ai Lavori pubblici, il responsabile Ufficio tecnico, l’addetto al depuratore, il titolare dell’azienda di espurgo e il capo cantiere. Questi ultimi due sono stati condannati per traffico di rifiuti tossici. Come accade a Caserta, come in Calabria o in Puglia. Qui a Mineo, lontani dai riflettori, nei confronti degli imputati non viene contestata l’aggravante di mafia.

Eppure, la signora Amantia ha ragione e questo è il punto. Anche la piccola, “puzzolentissima” storia di Mineo e di quei poveri sei operai dai nomi sconosciuti è – al di là di sentenze, assoluzioni o condanne – a pieno titolo un capitolo della sanguinosa storia delle varie “terre dei fuochi” di cui è disseminato il sud del nostro Paese. Anche quei sei nomi sono nomi di vittime di un sistema criminale. Piccolo, sporco e cattivo.

Nella sua denuncia di madre che invoca giustizia piena, la signora Amantia insiste, come la sua parte civile ha fatto nel processo: “La ditta che ha sversato rifiuti tossici nel depuratore ha causato la morte di sei persone e indirettamente di chissà quante persone ammalatesi di tumore a causa dell’inquinamento ambientale”.  E aggiunge: “I rifiuti sversati dalla ditta in questione, mescolati a quella che doveva essere oramai acqua depurata, si riversavano nel fiume sottostante, che veniva usato per irrigare campi e aranceti”.

Anche questa è criminalità organizzata. Questa uccide senza avere bisogno di usare Kalashnikov o tritolo. Uccide perfino senza saperlo. Ma con effetti più devastanti, indiscriminati. Mafia chimica, inodore e insapore. Ma pervasiva come tutti i sistemi economici criminali che inventano e “brevettano” un metodo (in questo caso, smaltire rifiuti tossici che nessuno vuole) e poi quel metodo colpisce dovunque. Stavolta in quel puntino geografico che si chiama Mineo.