Emma Marcegaglia, neo presidente Eni, è organica al renzismo già prima ancora che il premier smart (e in Smart) comparisse all’orizzonte. Infatti, se la scaltra modalità argomentativa di Matteo Renzi si traduce nella teatralizzazione del cambiamento (vulgo rottamazione), lasciando – al tempo stesso – intendere chiaramente a chi di dovere la propria consapevolezza rispettosa di dove il potere sta e dei vincoli che ne derivano, l’imprenditrice mantovana è un’antemarcia del “rottamismo”.

La sua prima comparsa sulla scena pubblica risale al 1996, quando viene eletta presidente nazionale del Gruppo Giovani di Confindustria; l’antico nucleo di contestatori under 40 dell’immobilismo che affligge(va) l’organizzazione, presto normalizzato in una sorta di Rotaract (il Rotary junior per i figli dei rotariani senior) riservato agli eredi degli imprenditori associati.

Tuttavia – a quel tempo – degli antichi umori radicaloidi, nel movimento giovanile sopravviveva ancora un forte spirito di indipendenza dalla struttura burocratica di governo nel palazzo nero in viale dell’Astronomia all’Eur (la sede confindustriale). Sicché – appena eletta – che fa Marcegaglia, prima donna a ricoprire una presidenza nella rappresentanza industriale? La propugnatrice di un profondo rinnovamento di sistema? Presto detto: si premura di andare a deporre le proprie insegne ai piedi dell’uomo forte della Confindustria di quel tempo: il direttore generale Innocenzo Cipolletta; pregato, per la prima volta nella storia del Movimento, di indicarne lui il segretario dei Giovani, nella persona di un funzionario di sua fiducia.

Messaggio chiarissimo: l’establishment si può fidare della fanciulla; la quale dimostra di aver capito subito tutto, mettendosi sulla scia del presidente dei senior del momento: il varesino Franco Fossa, che si era conquistato tale investitura da presidente della sezione Piccola Industria, con il bacio alla pantofola dell’allora leader dei Grandi Industriali, il presidente Fiat Cesare Romiti. Insomma, gli outsider fanno carriera proponendosi come “caporali”: i guardiani dell’ordine nelle zone più inquiete e scontente di un’organizzazione accusata di fare solo gli interessi dei soci di maggior peso contributivo.

Grazie alla propria abilità manovriera Marcegaglia farà un carrierone, fino ad arrivare pure lei alla suprema poltrona di presidente senior nel 2008. Da dove – anche in questo caso – dimostrerà l’attitudine al pompierismo dietro la rendita di immagine: l’innovazione apparente assicurata dal genere e dal generico progressismo verbale. Nel frattempo Confindustria scivolava nella più totale marginalizzazione politica e rappresentativa; una condizione da cui non riuscirà più a sollevarsi. Ma la presidentessa continua a volare proprio per la sua rassicurante arrendevolezza. L’innocuo progressismo da convegno che diventa condiscendenza nei confronti di chi è davvero potente: dalla partecipazione servizievole alla cordata dei presunti salvatori di Alitalia fino al far finta di niente quando il premier Silvio Berlusconi le rivolge apprezzamenti volgari da par suo.

Marcegaglia è una che galleggia dando l’impressione di una forte volontà rinnovatrice, che resterà sempre a livello della dichiarazione di sentimenti. Anche perché innovare ha dei costi che un professionista del presenzialismo e delle cariche si guarda bene dal voler pagare.

Facile prevedere che alla presidenza dell’Eni, una delle pochissime grandi imprese nazionali sopravvissute alla mattanza degli ultimi decenni, la presunta manager ci regalerà pensose interviste e perentori interventi nei talk show. Difficile immaginarla mentre mette le mani in materie altamente rischiose come il core business di un Ente che opera nel settore energetico. Meglio dedicarsi a parate e defilé.

Del resto era una vecchia regola delle famiglie imprenditoriali italiane (specie mantovane) quella di mandare i propri figli a giocare nei corridoi di Confindustria perché non facessero danni in azienda.

Il Fatto Quotidiano, 16 Aprile 2014