Tutta l’attenzione mediatica delle ultime 48 ore si è concentrata sull’esecrazione unanime della “parafrasi” di Beppe Grillo di Se questo è un uomo applicata all’Italia “se questo è un paese”  e con l’aggiunta, decisamente non politicamente corretta, del triste monito mutuato da Auschwitz “La P2 rende liberi.”

Intanto nelle stesse ore, come si trattasse di copioni altamente scontati e pacifici, i due fondatori del partito sopravvissuto a se stesso e che continua a determinare le sorti di questo Paese nell’anno uno della “rivoluzione” renziana, arricchivano i loro brillantissimi curricula politico-giudiziari.

Il condannato per frode fiscale milionaria  mentre era presidente del Consiglio Berlusconi ritenuto tuttora “persona socialmente pericolosa” e interdetto dai pubblici uffici per 2 anni, tenuto conto anche dei reati prescritti, veniva ricevuto a palazzo Chigi dal presidente del Consiglio per confermare e verificare il timing delle riforme: prima il Senato e solo dopo il via libera all’Italicum. Il numero due dell’esecutivo Graziano del Rio ha persino commentato che hanno dovuto ricevere “il Cavaliere” (veramente l’ ex, tristissima evidenza di cui ha dovuto prendere atto persino Giuliano Ferrara) perché “dava segni di nervosismo” e forse anche perché Napolitano ha ritenuto che fosse quello il modo migliore per sedarlo.

Poi sulla mitezza della pena, gradita ai difensori e concepita in modo che la campagna elettorale non ne risenta, con la durissima condizione di non infamare e denigrare i magistrati, si è voluto incredibilmente pronunciare Massimo D’Alema, per mettere in cattiva luce la magistratura, parlando di “giustizia a velocità variabili“, dura con gli ultimi e comprensiva con i potenti.

E detto da lui che per primo ha fatto di Berlusconi uno statista e si è attivato da Mani Pulite in poi per garantire “il primato della politica” a favore della casta cercando di tenere la magistratura “nel recinto”, è veramente un segno dei tempi e una conferma di quanto D’Alema abbia metabolizzato male la sua condizione di “rottamato” e voglia infastidire Renzi.

Quanto all’amico del cuore del pregidicato- statista, nonché tramite continuativo e fattivo con la mafia secondo tutte le sentenze, quel Marcello Dell’Utri celebrato per vent’anni in perfetto spirito bipartisan come bibliofilo, mecenate e persona di “ottime maniere”, dopo “la trasferta”  a Beirut è riuscito ad ottenere il rinvio della sentenza al 9 maggio, mentre la prescrizione si avvicina.  La ragione è semplice: se lui ripara a Beirut per evidenti “motivi di salute”, anche i suoi avvocati difensori, entrambi, non si sentono niente bene e così la Corte, nonostante “la parziale contrarietà”  del procuratore generale, ha ritenuto, probabilmente per evitare ulteriori maneggi dilatori, di concedere il rinvio. L’ estradizione, dunque, può attendere. 

Forse D’Alema, per essere equanime, avrebbe potuto spendere due paroline anche a proposito delle mirabolanti performance di Marcello Dell’Utri: per esempio ricordando gli elogi sperticati che gli riservava, ampiamente ricambiato,  in anni non lontani quello che fu il suo alter ego Nicola Latorre (prima di imbarcarsi sul carro trionfale di Renzi). 

Come aveva riportato nella sua rubrica Carta Canta Marco Travaglio, nel 2007 quando Dell’Utri era già stato condannato per concorso in associazione mafiosa, Nicola Latorre, cioè l’uomo che ha seguito la scalata Unipol per conto di D’Alema, diceva testualmente: ” Con il senatore dell’Utri esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui è positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore”.           

In effetti sullo spessore, però quello criminale, ci aveva perfettamente azzeccato. Infatti  Marcello Dell’Utri detenuto a Beirut sarà auspicabilmente estradato prima o poi in Italia in forza di un reato considerato equivalente al concorso esterno in associazione mafiosa previsto dal codice penale libanese, che non ha bisogno di essere spiegato: “l’association de malfaiteurs”.

La domanda di Grillo, con stile discutibile quanto si vuole, “se questo è un paese” verte sulla continuità con il ventennio berlusconiano in senso stretto che rivela un’ Italia sempre zavorrata da questi gentiluomini senza che faccia più effetto a nessuno, tanto meno agli “operatori” dell’informazione.  

Nel lontano 2001 dopo il clamore suscitato dall’intervista di Daniele Luttazzi a Marco Travaglio a proposito de L’odore dei soldi, che ricostruiva documentalmente le gesta del duo dei malfattori che “si sono messi il paese in mano”, lo scandalo non fu per quello che veniva svelato, ma perché veniva svelato. Antonio Tabucchi scrisse un’insuperabile lettera all’allora presidente Ciampi, dal titolo inequivocabile “L’Italia dei cittadini e l’Italia di merda” che ovviamente suscitò indignazione bipartisan.

Gli anni passano inesorabili, “tutto cambia”, ma a fare scandalo non sono i malfattori e il paese che li mette al vertice delle istituzioni ma è sempre chi li addita all’opinione pubblica.