Due anni fa, in Francia, una scrittrice esordiente di 39 anni, Julia Deck, ha catturato l’attenzione del pubblico e della critica con il suo primo romanzo, Viviane Élisabeth Fauville, che adesso Adelphi ci propone nella bella traduzione di Giuseppe Grimonti Greco e Lorenza Di Lella.

E’ un noir anomalo, originale, anche per le scelte stilistiche: i continui sbalzi della voce narrante rendono tutta la confusione mentale di una donna che è convinta di aver ucciso il suo analista. “Non ne sei del tutto certa, ma hai l’impressione di aver fatto, quattro o cinque ore fa, qualcosa che non avresti dovuto fare”.

Abbandonata dal marito, Viviane si trasferisce in un appartamento vuoto con la sua bambina, nata da poco, e vaga per Parigi come una sonnambula, invisibile a tutti, seguendo un percorso che la porterà verso la follia. Non fa nulla per nascondersi dalla polizia, anzi, insegue morbosamente gli altri sospettati, come se potessero aiutarla a capire se stessa. La trama criminale è un pretesto per raccontare, con una grazia perturbante, l’infinita solitudine degli essere umani. E l’aspetto più interessante è la tecnica letteraria usata per ricreare questo spaesamento, che è soprattutto uno spaesamento d’identità: la voce narrante barcolla come la protagonista, oscillando fra la prima, la seconda e la terza persona. E’ la voce di chi non riesce più a nominare se stesso e il mondo che lo circonda.

Chi è Viviane Élisabeth Fauville? Un’assassina o solo una donna tradita e abbandonata dal marito? E’ una signora altoborghese che vive nei quartieri chic di Parigi o una madre disperata che si aggira nelle periferie, più straniera  degli stranieri che le abitano? Occupa ancora un posto nella società e nella  grande azienda in cui ha fatto carriera o soltanto una sedia a dondolo, in  un appartamento vuoto, dove è scappata con la figlia? Il vero mistero è questo, e forse riguarda tutti. Non è necessario uccidere qualcuno per sentirsi  improvvisamente fuori posto nella propria vita.