Qualche giorno fa l’International Youth Foundation (IYF) ha pubblicato uno studio sulla felicità dei giovani tra i 12 e 24 anni in 30 paesi. L’indicatore tiene conto di circa 40 fattori tra cui la vita politica, le opportunità economiche, la salute, l’istruzione e le tecnologie dell’informazione e comunicazione. L’Italia purtroppo non è stata tenuta in considerazione, ma sono diversi gli indicatori che ci possono aiutare a trarne un bilancio generale e capire se il nostro sia un paese per giovani e perché.

A livello locale la Camera di commercio di Monza e Brianza ha stilato una lista delle provincie in cui i giovani hanno più opportunità. Nuoro e Trieste sono le provincie con maggiore diffusione di libri e quotidiani, mentre Prato ha la più alta incidenza di imprenditori under 30. Al livello nazionale, Il Better Life Index dell’OCSE colloca l’Italia fra i Paesi con la più alta aspettativa di vita, ma quanto a soddisfazione dei suoi abitanti è 30esima dopo diversi stati del sud America e dell’est Europa.

Nonostante l’Italia vanti alte aspettative di vita, dal punto di vista delle tecnologie dell’informazione, dell’occupazione e dell’istruzione, abbiamo molto da imparare. L’Italia si colloca infatti tra i paesi meno informatizzati e digitalizzati d’Europa, a discapito dell’innovazione tecnologica, dell’efficienza amministrativa e della comunicazione.

Per quanto riguarda l’istruzione, l’Italia investe il 4,7% del Pil, contro la media OCSE del 5,7%, mentre si colloca notevolmente sotto la soglia Ue (3%) per gli investimenti in cultura (0,8%) e ricerca (1,3%). Nonostante ciò, secondo i dati dell’Ambasciata Italiana a Londra “il sistema inglese giudica per il 70% superiori come formazione i laureati italiani che approdano nel Regno Unito.” L’istruzione italiana quindi non pecca tanto dal punto di vista della formazione, ma nel gap tra mondo dell’istruzione e del lavoro, nella gestione della flessibilità, del ricambio generazionale e delle opportunità di avanzamento professionale. Carenze che danno vita ad alcuni tra i più grandi ostacoli per il benessere dei giovani italiani oggi: precariato e disoccupazione. La disoccupazione giovanile si aggira infatti intorno al 42,3%, e circa 6 milioni di lavoratori italiani sono precari.

L’Italia vanta una forte vitalità sociale che però manca di una sintesi con il mercato del lavoro. Come riempire dunque questo vuoto? Un esempio virtuoso viene dalla Germania che fa del dialogo tra scuola e mercato uno dei pilastri dell’equilibrio socio-economico del Paese. Il sistema tedesco di formazione professionale secondaria Realschule unisce una formazione teorica all’apprendistato all’interno di un’azienda, dove gli studenti vengono retribuiti come lavoratori part-time e spesso assunti al conseguimento della propria qualifica. Questo sistema si basa sulla stabilità del legame tra aziende e lavoratori, garantendo il ricambio, una forza lavoro qualificata, ben retribuita e assistita in caso di disoccupazione. Il che la dice lunga se si guarda alle statistiche tedesche non solo in merito ai tassi di disoccupazione giovanile e diseguaglianza sociale, ma anche intorno al settore manifatturiero, il più tecnologicamente avanzato d’Europa. Gli studiosi parlano di un sistema di questo tipo come della “via maestra” contrapponendola alla “scorciatoia” da noi intrapresa, basata sulla riduzione dei costi del lavoro e la competizione a ribasso, che si risolve in un monologo tra mercato e lavoratore a danno dell’economia e del prodotto finale.

Danimarca e Svezia, tra “i paesi più felici al mondo”, operano invece attraverso politiche di flexsecurity, che se da un lato assicurano flessibilità alle aziende, dall’altro provvedono formazione, riqualificazione e supporto sociale al lavoratore. Questo sistema è stato preso a modello delle nostre riforme, che tuttavia mancano di alcuni presupposti fondamentali. L’Italia per esempio investe per gli ammortizzatori sociali solo lo 0,6% del Pil, a fronte del 2,7% della Danimarca, perseguendo politiche che aumentino la flessibilità ma che riducono le garanzie. In controparte, i giovani italiani non sono consapevoli dei fondi nazionali e comunitari per lo sviluppo delle proprie iniziative personali. L’anno scorso sui fondi europei 43 miliardi di euro sono tornati indietro. Per questo iniziative di formazione dell’Unione come la campagna “Agire Reagire Decidere”, se sfruttate, possono rivelarsi fondamentali.

L’Italia è un Paese per giovani? Quello della felicità è un tema senza tempo, che oltre a vari aspetti oggettivi potrebbe dar luogo ad infinite risposte individuali. Lungi da noi dunque l’idea di filosofare alla ricerca di queste, così come lungi da noi l’idea di non offrire spunti alla sua ricerca. Chiunque abbai a cuore ciò non può ignorare le potenzialità dei nostri giovani e i risultati che il metodo danese e tedesco hanno da offrirci.

di Gian Luca Atzori, Maura Fancello