Non credo che l’Italia e in generale i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo abbiano mai creduto profondamente nel nazionalismo. La massima del Cuius Regio eius Religio non ha mai attecchito da noi, se non altro per la presenza della Chiesa romana e forse anche per un innato e salutare scetticismo verso gli editti imperiali di qualsiasi genere. Quello scetticismo che proviene da una secolare esperienza di scambio sovranazionale con le culture dell’area mediterranea e del vicino oriente.

Il nazionalismo, idea moderna, è falsamente ritenuto progressista perché riportava l’attenzione sul locale, sul regionale, sulle tradizioni delle comunità, ma chiudendole entro confini delimitati e difesi da barriere invalicabili con la minaccia delle armi. Per quasi tre secoli il nazionalismo ha chiuso gli orizzonti dell’Europa, impedendo lo scambio e rendendo stranieri tutti coloro che vivevano al di là dei confini.

Questo nazionalismo, che in molti casi ha rappresentato un motore propulsivo per l’unificazione di realtà diverse, economicamente arretrate e culturalmente svantaggiate, ha però un nome: modernità. È l’espressione più forte dell’idea di modernità, cioè di quello spirito innovatore che ha attraversato l’occidente in concomitanza con l’idea illuminista di creare ordine, chiarezza, razionalità e certezza in una realtà dominata dal caos.

Mi spiace non poter concordare con Ulrich Beck sulla sua affermazione (La Repubblica del 10 aprile) che a Hitler ripugnava il nazionalismo: l’idea stessa di nazional-socialismo mi pare più tesa a rivalutare (quasi in senso romantico, da Sturm und Drang) il primato della Germania sugli altri paesi, in riferimento alla superiorità della sua cultura, della sua forza e dunque della razza. Al fondo del nazismo c’è la consapevolezza aggressiva della propria identità nazionale e di avere un compito storico da realizzare. Così come la logica di Putin (“laddove vivono russi, c’è la Russia”) non è lontana dal convincimento di Hitler di invadere la Polonia per “liberare i tedeschi che vi abitano.”

Per questo il nazismo (più che il fascismo, meno complesso) può essere considerato il punto più alto della modernità, della sua ansia moderna per il progresso e la meccanizzazione, finito – nelle parole di Jean-François Lyotard – con l’assurdità dei campi di concentramento, il più tragico esempio di razionalizzazione che travalica i limiti dell’umano.