La categoria dei giornalisti è tra le più esposte al rischio tecnostress. In redazione si fa un uso sempre più invasivo delle tecnologie digitali, internet, social network, work station informatiche e apparecchi televisivi. Il rischio in agguato è il sovraccarico informativo e cognitivo, che può causare il tecnostress, una malattia professionale inclusa nei rischi per la salute dei lavoratori in seguito a una sentenza della Procura di Torino nel 2007. I sintomi sono numerosi: ansia, ipertensione, attacchi di panico, depressione, insonnia, calo della concentrazione, disturbi gastrointestinali e cardiocircolatori, disturbi dell’alimentazione e carenze nutritive, alterazioni comportamentali, disturbi della sfera sessuale e relazionale.

L’articolo 28 del Testo Unico 81-2008 ha introdotto l’obbligo per il datore di lavoro di valutare il rischio stress in azienda e procedere all’adeguata formazione dei lavoratori. Il problema dello stress è sempre più centrale nelle organizzazioni aziendali e pochi giorni fa l’Agenzia Europea per la tutela della salute dei lavoratori (Eu-Osha) ha lanciato la Campagna biennale per la prevenzione di questa malattia professionale. Tra gli effetti dello stress, secondo gli organismi europei, c’è l’assenteismo. Come prevenire la patologia? Cosa rischia l’editore se un giornalista si ammala?

Il Testo Unico 81 del 2008 – la legge che regola la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori – dice chiaramente che la mancata valutazione del rischio stress comporta la sanzione amministrativa per l’imprenditore e – nei casi gravi accertati – il reato penale e l’arresto. In pratica, se un giornalista si ammala di tecnostress e l’azienda non ha fatto nulla per valutare il rischio ed effettuare una formazione adeguata per la prevenzione, incorre nella violazione della norma. Scrive il giudice Raffaele Guariniello, autore della prima sentenza sul tecnostress: «Oggi, se un’azienda deve redarre il Documento Valutazione Rischio Stress lavoro correlato e lavora, ad esempio, nel settore dell’Information Technology o nel settore editoriale dove si usano molto le nuove tecnologie, deve includere sicuramente il rischio tecnostress. Se non viene fatto è contestata la violazione dell’articolo 29, comma 1, del testo Unico 81/2008. La valutazione del rischio e il relativo documento deve riguardare tutti i rischi per la tutela della salute nei luoghi di lavoro. E soprattutto bisogna individuare le misure di protezione e prevenzione contro il rischio tecnostress».

Sui rischi che corre il datore di lavoro si è espresso anche Lorenzo Fantini, giuslavorista ed ex direttore della divisione Salute e Sicurezza del Ministero del Lavoro, autore della circolare ministeriale 19 novembre 2010 sulla valutazione dello stress. Intervendo al convegno “Tecnosstress e Internet Dipendenza”, tenutosi a Venezia il 27 marzo scorso, Fantini ha detto chiaramente che il datore ha l’obbligo di valutare il tecnostres, poiché «bisogna attuare le misure di prevenzione secondo quanto richiesto dall’articolo 2087 c.c. il quale impone all’imprenditore di adottare, nell’esercizio dell’attività di impresa, le migliori misure tecnologiche e organizzative disponibili in un determinato momento storico».

Un altro rischio a cui è esposto l’editore è la causa professionale e il risarcimento del danno. Esiste ormai ampia giurisprudenza che individua il danno da stress e le conseguenze nella vita del lavoratore. Quindi, se un giornalista si ammala di tecnostress e ne consegue ad esempio depressione e attacchi di panico, è possibile avanzare un’azione legale contro l’editore e chiedere l’eventuale danno subito. Bisogna considerare, tra l’altro, che alcuni sintomi del tecnostress possono invalidare il giornalista nell’espletamento della sua professione. Ad esempio: insonnia, depressione, disturbi alla memoria, potrebbero impedire al giornlista lo svolgimento della sua professione, che consiste nel cercare fonti di notizie e scrivere. Anche la semplice difficoltà di concentrazione potrebbe diventare debilitante.

Per questo motivo gli stessi giornalisti chiedono un intervento dell’Ordine Nazionale e dell’Assostampa per tutelare la salute di chi lavora con l’informazione. Ad esempio, Orazio Carabini, vicedirettore del settimanale L’Espresso, nel libro “Tecnostress in azienda” chiede l«l’obbligo della pausa digitale per i giornalisti, da inserire nel contratto nazionale». E aggiunge: «Mi rendo conto che la connessione perenne ha creato un problema di sovrautilizzo del proprio potenziale: chi ha posizioni di responsabilità, e ciò vale anche per i giornalisti, lavora sette giorni su sette, anche fino a sedici o diciotto ore al giorno. Infatti si può ricevere una email o una telefonata anche nelle ore che – fino a qualche tempo fa – erano dedicate al riposo, alla famiglia o altre attività. Anche nelle redazioni dei giornali, quindi, sarebbe necessaria un’adeguata formazione per un uso più consapevole e attento dei nuovi media digitali e ridurre il rischio tecnostress».