Al di là di strumentalizzazioni becere come quella di Eugenia Roccella, secondo cui ciò con la fecondazione eterologa si avrà una moltiplicazione di questi casi, la vicenda accaduta al Pertini di Roma resta un fatto isolato. E però gravissimo, perché sapere di avere nella tua pancia un figlio geneticamente non tuo ma di un’altra coppia non può che gettare i genitori in un incubo: come una sensazione di improvviso straniamento e terrore. La scoperta infatti dovrebbe, in teoria, indurre la madre a qualcosa che non può fare, pena l’impazzimento e (davvero) la schizofrenia: ossia sospendere l’amore e l’accoglienza verso il bambino nella sua pancia che è al tempo stesso l’amore e l’accoglienza del suo stesso corpo, della sua stessa identità. Qualcosa di umanamente impossibile perché, non c’è dubbio, la relazione madre figlio inizia nel momento in cui la donna sa di essere incinta (chi lo ha vissuto lo sa).

Impensabile credere dunque che questa madre, che per fortuna non rischia che i bambini le vengano tolti, anche se paradossalmente potrebbe essere passibile di accusa di maternità surrogata, vietata in Italia, possa portare avanti la gravidanza per poi consegnare i bambini ad altri. Né la cosa sarebbe auspicabile, come suggerisce oggi in un’intervista a Repubblica Lorenzo D’Avack, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica, che sottolinea l’incongruità delle norme che impediscono a chi affronta un percorso di fecondazione assistita la possibilità di disconoscere il figlio: una diversità rispetto a chi concepisce in altro modo che effettivamente non ha ragion d’essere, ma che in questa vicenda, anche qualora si potesse disconoscere i bambini alla nascita, non cambierebbe nulla. Perché, giustamente, la madre che partorirà continua a dire che quei figli li sente suoi e quindi mai farebbe ciò che il bioeticista individua come la “chiave di volta”.

Di fatto in questa storia, resa ancora più dolorosa dal fatto che l’altra coppia non ha potuto portare avanti la gravidanza, restando così doppiamente orfana, non esistono chiavi di volta. O meglio la soluzione c’è, ma passa attraverso le emozioni elaborate in un tempo lungo, come raccontano altri che hanno vissuto lo stesso dramma: quando vedi nascere e crescere i tuoi figli non pensi più al fatto che abbiano un altro patrimonio genetico. Il che conferma ancora una volta che genitore è chi partorisce il figlio (oppure semplicemente chi lo cresce nel caso si tratti di un bambino adottato, quindi volontariamente rifiutato).

E proprio per questo continuo a pensare, nonostante abbia una posizione liberale abbastanza radicale in ambito bioetico, che l’utero in affitto sia una pratica disumana, specie quando viene fatto a pagamento e non come donazione magari da sorelle che dopo restano a contatto con il bambino. Perché, di nuovo, per chi un figlio lo desidera – qui non c’entra il tema dell’aborto – la maternità, e le sue emozioni, iniziano subito. Nel momento del test, e forse ancora prima, nell’immaginazione e nella fantasia del bambino in arrivo.