Diciamocelo, fino a poco, anzi pochissimo tempo fa, l’editoria tradizionale guardava con gelido distacco e con una punta di divertito snobismo al fenomeno del self-publishing, in altre parole alla possibilità offerta da internet di pubblicare, senza intermediari, contenuti editoriali, poi potenziata dalla nascita delle sempre più numerose piattaforme online per l’auto-pubblicazione di libri.

L’atteggiamento era “fare spallucce”, un po’ come a dire: ma sì, concediamo pure questa “democratizzazione della penna”. Là fuori vogliono giocare a fare gli scrittori? Lasciamoli fare.

Più o meno con lo stesso lungimirante slancio era già stato accolto il fenomeno degli e-book, le cui vendite in crescita esponenziale (in tre anni ha raggiunto un +44,3%, passando dallo 0,1% di inizio 2011 al 2% del 2012 e al 5% previsto per il 2013, una percentuale modesta ma in vertiginoso aumento) hanno di fatto obbligato le case editrici ad aggiustare il tiro, quantomeno raddoppiando l’offerta, proponendo i propri libri sia su carta sia in digitale.

Iniziative come quella dell’autorevole The Guardian, che ha lanciato con successo un concorso che premia ogni mese un libro auto-pubblicato, il proliferare di scuole di scrittura online, e perfino la messa in onda di un reality per gli aspiranti scrittori sconosciuti, dicono che sta cambiando vento.

E non stupisce che i grandi editori stiano cercando di correre ai ripari. Gli ultimi dati disponibili sull’editoria in Italia (a giorni è atteso il nuovo rapporto annuale) fotografano un Paese dove quelli che senza imbarazzo dichiarano di non aver letto neanche un solo libro nell’arco di un intero anno sono il 57% della popolazione.

Sono dati che meravigliano i lettori, che per giunta scoprono con disappunto che per fregiarsi del titolo di  “lettore forte” sono sufficienti appena 7 titoli, terrorizzano gli autori, soprattutto i meno noti, e naturalmente scuotono gli editori: dicono inequivocabilmente che è avvenuto un corto circuito, molti scrivono e pochissimi leggono.

Che ruolo ha il self-publishing in questo contesto? È vero che abbassa la qualità di ciò che leggiamo, diminuendo l’appeal della lettura? Davvero, priva di selezione e di controllo editoriale, la smisurata l’offerta di titoli disorienta e dunque allontana il lettore? O, al contrario, “democratizzare la penna” potrebbe essere una strada per riallacciare i fili?

E soprattutto, il self-publishing è davvero una valida possibilità per chi vorrebbe fare della scrittura un lavoro?

Molti nomadi digitali riescono a vivere e a viaggiare grazie a piccoli progetti imprenditoriali di editoria online: sono editori indipendenti, che monetizzano contenuti editoriali propri, per esempio vendendo guide o libri, anche di viaggio, o di altri, come autori, blogger e scrittori, che con i loro articoli vanno a soddisfare esigenze di nicchie di mercato molto ben definite e specifiche, nei più disparati ambiti.

La pubblicazione di contenuti editoriali online, come post, reportage, articoli e libri, è libera: sono i lettori a determinare il successo o il fallimento di un sito, di un blog o di un libro e a orientare l’offerta editoriale on line a pagamento.   

Lettori affezionati e partecipi dei contenuti gratuiti di un blog o di un sito saranno i primi ad acquistare i contenuti editoriali premium, a pagamento, e a farsi spontaneamente promotori del passaparola sulla rete, così come offline, garantendo ad altri la qualità editoriale di ciò che è in vendita e contribuendo a far conoscere l’autore, accrescendone così la reputazione e quindi le possibilità di continuare a vivere di scrittura.

Non va sottovalutato un altro aspetto del self-publishing sul web: gli scrittori possono contenere le spese per la pubblicazione e avere guadagni molto più alti rispetto a quelli che riuscivano a spuntare con i contratti tradizionali, che dal punto di vista economico sono sempre stati sbilanciati a favore degli editori.

Certo, una casa editrice non si occupa solo di stampare un libro, ne cura tutta la “vita”, dall’editing alla promozione, una catena che richiede professionalità specifiche, anch’esse in forte migrazione sul web, dove le competenze possono essere spese nel lavoro freelance, guadagnando una maggiore autonomia e libertà.

Se in Italia si riuscisse, nell’editoria come in quasi tutti i settori che sono stati rivoluzionati dalle nuove tecnologie legate al web, a uscire dalla logica della contrapposizione – “noi dei libri di carta delle case editrici” vs. “voi dei libri digitali auto-pubblicati” – per entrare in quella dell’integrazione, forse l’entusiasmo, le storie e le tendenze che animano gli scrittori e soprattutto i lettori in rete troverebbero la giusta eco anche fuori del web, senza discapito per alcuno e magari a vantaggio di chi vuole sfruttare le proprie competenze per crearsi un’alternativa professionale.

di Marta Coccoluto