Non ci sorprende né ci scandalizza che Marcello Dell’Utri abbia architettato un tentativo di fuga, seppure poco all’altezza di altri autorevoli suoi predecessori, così come – essendo uomo di mondo – lui stesso non si stupirà della vitalità con cui ora magistrati e forze dell’ordine intendono accomodarlo in galera. È la vita, bellezza. Né ci appare troppo lontano dal vero che amorevoli consigli gli siano stati offerti proprio dall’amico di una vita, al quale in tempi lontanissimi offrì “au pair” lo stalliere di Arcore e che ora ricambia accompagnandolo idealmente al confino. Certo, lo spappolamento di una destra social-finvestiana avrebbe meritato qualcosa di più e di più decoroso, almeno in termini di organizzazione, qui invece stiamo proprio tra Papillon e Alvaro Vitali, dove per Vitali Alvaro s’intenderebbe Berlusconi Silvio nell’atto di trovare una scusa credibile per l’opinione pubblica, cioè spedire il caro Marcello a Beirut per conto di Putin: ah ah ah (anche se lo staff di  Amin Gemayel smentisce)

I giornali si interrogano sulla destra che non c’è (più) e si aggrappano persino alla dipartita (politica) di Paolone Bonaiuti, che non ha mai contato molto, se non nella fedeltà assoluta e che ora si prende una boccata d’aria dopo vent’anni di onorato servizio. Ma basterebbe mettere il becco nelle liste elettorali per le Europee per verificare che non c’è un’idea, un guizzo, un filo di speranza, dovendo riparare sotto quell’area ultradepressiva che comprende Elisabetta Gardini, Antonio Tajani, il prode Miccichè, ai quali toccherebbe tirare il carretto da capolisti. Ma per carità.

Si realizza così, con dedizione adamantina, il progetto antico di morire con tutti i filistei e lasciare nulla in eredità perché esattamente il nulla (politico) è stato al potere per buoni vent’anni e non si potrebbe ora contraddire ciò che si è stati prima. È un’impeccabile dissoluzione a cui il Cavaliere si è dedicato con tutte le sue energie per l’intera vita politica e che ora, in un contesto anche vagamente drammatico – il “suo” prossimo carcere/servizi sociali e in contemporanea quello dell’amico Marcello – ha una definizione piena e scenograficamente impeccabile.

Mentre noi ci lambicchiamo con le baggianate del “cerchio magico”, che includerebbe o escluderebbe a piacimento di Dudù, il Caro Estinto si è preparato all’ingresso trionfale – lui e i suoi cari – in quel mausoleo da superarricchito che in tempi non sospetti fece edificare a Pietro Cascella nel “giardinetto” di Villa San Martino (Arcore) per ficcarci i sodali, immenso nuraghe portasfiga che spinse Montanelli a una memorabile risposta (“Domine non sum dignus”) e Vittorio Feltri a mettersi la mano “in tasca”.