Alcuni commentatori, due settimane fa, hanno criticato il post in cui mettevo in relazione un evento sportivo (il Gran Premio di Formula 1 del 6 aprile) con un tema riguardante i diritti umani (la repressione in corso da tre anni in Bahrein). 

Ecco una storia che illustra quella relazione.

Dopodomani, mercoledì 16, dovrebbe riprendere il processo nei confronti di Nafeesa al-Asfoor e Rayhana al-Mousawi, due attiviste della “Coalizione 14 febbraio”, un organismo che raggruppa diversi movimenti giovanili del Bahrein e il cui nome deriva dal giorno del 2011 in cui iniziò la rivolta di massa nel paese. 

Per il governo del Bahrein, la “Coalizione 14 febbraio” è una “organizzazione terrorista”. Il 30 settembre scorso, 50 attivisti del gruppo sono stati condannati a pene fino a 15 anni di carcere.

Il processo, come accade regolarmente nelle aule giudiziarie del Bahrein, è stato irregolare. Molti imputati hanno denunciato di essere stati torturati per spingerli a “confessare” la loro colpevolezza, senza essere assistiti da un avvocato. La Corte, anziché ordinare un’inchiesta sulle denunce di tortura, si è basata su quelle “confessioni” per giudicarli colpevoli e non si è premurata di chiamare a deporre testimoni della difesa. 

Uno degli imputati, ‘Abd ali Khair, è stato condannato a 10 anni solo per aver inoltrato una mail contenente una dichiarazione della “Coalizione 14 febbraio”. 

In quel processo è stata condannata a cinque anni anche Rayhana al-Mousawi, che ora deve rispondere, insieme a Nafeesa al-Asfoor, delle accuse di “possesso di armi da fuoco” e “pianificazione di atti di terrorismo”.

I cosiddetti “atti di terrorismo” consisterebbero nell’aver cercato di entrare sulla pista del Gran premio di Formula 1 dell’aprile 2013, il cui svolgimento fu segnato da proteste, scontri con le forze di sicurezza, decine di arresti e dalla decisione del governo di cancellare improvvisamente la visita, già concordata da tempo, del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura

Anche Nafeesa al-Asfoor e Rayhana al-Mousawi hanno denunciato di essere state torturate durante gli interrogatori. Poiché il giudice del processo non ha ritenuto opportuno approfondire le denunce, le due imputate hanno presentato un reclamo formale all’Unità speciale per le indagini e all’Ufficio del difensore civico presso il ministero dell’Interno. Sono state ascoltate, ma non è noto cosa sia stato deciso né se dell’esito della loro audizione si terrà conto nel processo di dopodomani.