I cowboy (e le cowgirl) sono gente dura, robusta, che non molla mai; tradizionalisti, gelosi e orgogliosi; ma anche ospitali e generosi con chi dimostra di rispettare le loro convinzioni e tradizioni. In questo caso però vogliamo parlare della loro voglia di cultura, non della bravura nell’allevamento del bestiame, perché il magnifico spettacolo organizzato venerdì sera 11 aprile è stato pensato e realizzato proprio da loro, gli amministratori locali alle iniziative culturali di Dallas, utilizzando in modo geniale tutte le grandi risorse di cui dispongono.

Io, mia moglie e due amici siamo partiti in macchina da Allen e da Plano, due cittadine nel sobborgo nord-est di Dallas, e ci siamo recati ad Arlington, altro sobborgo di Dallas, ma situato nel sud-ovest, a circa 60 chilometri di distanza. La nostra meta era il nuovo stadio AT&T, per vedere l’opera buffa “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini.

Lo stadio AT&T è ora la sede abituale dove giocano i “Dallas Cow-Boys” (football americano) quando giocano in casa, ma è un gioiello architettonico da lasciare a bocca aperta anche senza vedere le partite. Intanto bisogna dire che è uno stadio aperto, o coperto, a seconda delle necessità. La sommità del suo tetto scorre infatti su delle rotaie che, nel breve tempo di circa 12 minuti trasformano uno stadio da 80.000 posti a sedere (tutte poltroncine imbottite!) in uno stadio a cielo aperto, o viceversa. Le tribune sono numerate a settori. All’interno non si può portare niente che sia più grande di un portafoglio. Le signore che arrivavano con le borsette venivano rimandate cortesemente, ma inflessibilmente, indietro a lasciare le borsette in auto. Il parcheggio, tutt’intorno allo stadio, come tutti i parcheggi in Texas, era ampio, perfettamente organizzato con decine di inservienti che aiutavano a trovare il posto libero più vicino alle entrate dello stadio. Numerosi altri inservienti, all’ingresso, controllavano i biglietti e indirizzavano le persone verso la scalinata dove avrebbero trovato i loro posti a sedere. Ma il bello è stato che tutto, dalla prenotazione telefonica fino all’ingresso nello stadio, era completamente gratuito! All’interno, prima di arrivare alle tribune c’erano le zone dei servizi (perfettamente lindi) e c’erano dei chioschi dove, ad un prezzo moderato, si potevano acquistare bibite e generi alimentari (hamburger, ecc.). Ce ne siamo serviti anche noi. E di lì a poco lo spettacolo avrebbe avuto inizio.

C’erano almeno trentamila persone, nelle due tribune centrali, pronte a godersi il divertente spettacolo della bella Rosina (Isabel Leonard) che, aiutata dal barbiere intrigante (Nathan Gunn), riesce finalmente ad eludere il ferreo quanto ridicolo controllo del burbero dott. Bartolo (Donato Di Stefano), raggiungendo finalmente il suo giovane e bel spasimante Conte Almaviva (Alek Shrader). Il tutto ovviamente in forma di melodramma, con la stupenda musica di Gioachino Rossini diretta dal maestro Giuliano Carella.

Nello stadio però non c’era nessuno di questi artisti. Il capolavoro rossiniano veniva visto in diretta simultanea dal teatro d’opera in Dallas tramite un maxi schermo digitale ad alta definizione (anzi due, ognuno rivolto verso la relativa tribuna centrale). I due maxi-schermi erano sospesi per circa 90 piedi (quasi 30 metri) sopra al campo di gioco ed erano larghi almeno venti metri e alti almeno 15. La visione era perfetta, anche meglio che al teatro, perché negli zoom, quando gli artisti venivano ripresi dalle telecamere in dettaglio, si potevano vedere i personaggi come se fossero vicinissimi. I veri “melomani”, naturalmente, non avrebbero apprezzato altrettanto il sonoro, dato che gli altoparlanti dello stadio, pur essendo ad altissime prestazioni, non possono assolutamente rendere la sonorità specifica e particolare di un vero teatro d’opera.

Ma i veri “melomani” non erano certamente li’ nello stadio di Arlington, quelli (ed erano almeno duemila, a pagamento) erano tutti nel “Margot and Bill Winspear Opera House of Dallas”, magnifico e modernissimo teatro d’opera (inaugurato nell’ottobre 2009 con l’Otello di Verdi) situato nel cuore dell’Art District di Dallas, un centro artistico-culturale nel centro di Dallas che comprende diversi teatri, musei e arte moderna, incluso il Nasher Sculpture Center, progettato dal nostro architetto-senatore-a-vita, Renzo Piano.

Messe tutte assieme, dunque, venerdì scorso c’erano almeno trentaduemila persone nella città di Dallas che ascoltavano l’opera di Rossini.

A poche centinaia di metri dall’AT&T Stadium, in un altro stadio altrettanto grande, anche se meno moderno, la partita di baseball avrà attirato certamente più persone, ma lo sforzo organizzativo fatto dagli amministratori di Dallas per sostenere una attività (culturale) che certamente non e’ in Texas tra le più seguite a livello popolare, va visto soprattutto sul piano promozionale in favore della cultura, e su questo piano è stato certamente un grande successo.

In Texas c’è ancora voglia di sostenere l’arte e la cultura. In Italia invece, dove c’è oltre la metà di tutte le opere d’arte del mondo e dove, nella lirica in particolare, abbiamo i più celebrati autori del mondo, tuttora rappresentati ogni anno nei maggiori teatri del globo, non si fa nulla o quasi per sostenere i nostri storici teatri e le nostre orchestre.

Non ha più soldi lo Stato? Si muovano i privati! Troppo pochi ancora lo fanno, eppure attraverso le sponsorizzazioni il ritorno c’è.

Comunque lo Stato dovrebbe almeno cercare di inventare qualcosa. Perché non prova per esempio ad autorizzare la detrazione dalle tasse del prezzo dei biglietti d’ingresso dei teatri, come spese per l’auto-cultura?

Lo Stato perderebbe un poco sulle tasse, ma farebbe contenti i cittadini e guadagnerebbe molto in cultura generale. Riuscendo magari, nel medio-lungo periodo, a risparmiare sui contributi che spende per il sostegno di queste istituzioni.  

Non si nasce melomani, si diventa. Qui a Dallas ci provano a far appassionare qualcuno. Ne vale di sicuro la pena.

E in Italia? Quanti non hanno mai visto il “Barbiere di Siviglia” di Rossini?

Adesso potrebbero essercene di più a Milano che a Dallas.