La nuova mossa del più potente clan malavitoso giapponese è mettere in mostra il suo lato “umanitario”. L’obiettivo non dichiarato è quello di scacciare una crisi che negli ultimi anni sembra preoccupare non poco i vertici della famiglia. Secondo i dati diffusi dall’Agenzia nazionale di polizia giapponese a inizio marzo, i numeri della yakuza sono in calo. Rispetto al 2012, gli affiliati alla mafia nipponica sarebbero scesi di oltre 4mila unità.

I ciliegi in fiore sono l’attrazione per eccellenza della primavera in Giappone. Oltre a rappresentare la precarietà del mondo e di tutto ciò che ci circonda, un tema ricorrente nella letteratura e nella filosofia giapponese a partire dall’XI secolo, essi sono stati caricati, col passare degli anni, di un diverso simbolismo: rappresentano in senso lato la “nazione giapponese”, dello spirito “unico” degli abitanti dell’arcipelago. 

Non stupisce quindi che la Mayaku tsuihō kokudojōka dōmei (Lega per l’eliminazione delle droghe e per la purificazione del suolo nazionale) abbia scelto proprio i ciliegi per la homepage del suo sito internet. Richiami alle tradizioni giapponesi, ad esempio il pellegrinaggio al santuario shinto del primo dell’anno o la produzione del mochi (una pasta morbida di riso glutinoso), sono onnipresenti. Così come quelli allo spirito di sacrificio in nome della comunità ecco allora il ricordo dell’impegno durante le due più importanti catastrofi naturali dell’ultimo quarto di secolo – il terremoto dello Hanshin del 1995 e del Tohoku del 2011, l’attenzione al problema delle diseguaglianze sociali, in una rassegna di attività per il bene delle comunità locali di Kobe, città portuale nel centro-sud del paese, dalla festa di Halloween per i bambini alla pulizia degli argini del fiume Toga, eccetera.

Quello che forse può passare inosservato è che protagonisti e autori dei contenuti del sito non sono volontari di organizzazioni umanitarie o Ong con un tocco di nazionalismo. Sono uomini del clan Yamaguchi, la più potente e numerosa tra le famiglie di yakuza, la mafia giapponese. La decisione di puntare sul web è recente, ma tutt’altro che nuova è la Lega anti-droga. Nata negli anni Sessanta, ad opera di Kazuo Taoka (1913-1981), conosciuto come il Padrino dei padrini a capo del clan dal 1946 fino alla morte, e di Kyoharu Tanaka (1906-1993), attivista di destra di posizioni pan-asiatiche con trascorsi da agente della Cia, è considerata un’associazione di copertura per favorire l’avanzamento del clan Yamaguchi a Tokyo. Ed è difficile da credere in un impegno contro la diffusione delle droghe dal suolo nazionale, dato che il narcotraffico è una delle fonti più redditizie di guadagno per i clan malavitosi nipponici. Secondo un report dell’Agenzia nazionale di polizia, oltre il 50 per cento degli arrestati nel 2009 per traffico di droga – in particolare stimolanti sintetici come l’MDMA – erano affiliati alla yakuza.

Intervistato dall’Agence France-Presse, Jake Adelstein, giornalista americano che per anni si è occupato di yakuza e autore del libro Tokyo Vice, ha confermato l’operazione di “brandwashing” del clan Yamaguchi. Il momento, come sempre non è casuale: dalle rivelazioni a fine 2013 sui legami tra mafia e il terzo gruppo bancario giapponese, Mizuho, l’attenzione dei media sulle infiltrazioni mafiose nella finanza e nell’imprenditoria è tornata alta. E i lavori in vista delle Olimpiadi del 2020, per cui il governo di Tokyo ha già pronto un investimento milionario, sono iniziati. “Presentando temi come la lotta all’uso di droghe – ha spiegato Adelstein – dimostrano un certo interesse verso temi di rilievo sociale. Il motto della yakuza è ‘aiuta il più debole e combatti il più forte’. In realtà, all’atto pratico, succede quasi sempre l’opposto”.

di Marco Zappa