Il rinnovo dei consigli di amministrazione delle aziende partecipate dallo stato si trasforma sempre in uno psicodramma nazionale. Nel 2008 le assemblee degli azionisti furono addirittura spostate a giugno per permettere al governo Berlusconi di insediarsi e confermare i suoi beniamini: Paolo Scaroni all’Eni, Fulvio Conti all’Enel e Pier Francesco Guarguaglini in Finmeccanica. “Un boomerang per la credibilità del sistema Italia”, l’aveva definito Umberto Mosetti, rappresentante dell’azionista Amber Capital intervenendo all’assemblea degli azionisti dell’Eni. Ma nessuno sembrò curarsene.

Nel 2011 filò tutto liscio: in Eni ed Enel, oltre a Scaroni e Conti, entrarono o furono confermati anche Paolo Marchioni, avvocato, ex sindaco leghista di Baveno (5.000 abitanti in provincia di Verbania-Cusio-Ossola), Roberto Petri, ex presidente di Alleanza Nazionale in provincia di Ravenna, oggi in quota Fratelli d’Italia – entrambi tuttora consiglieri indipendenti di Eni – e Gianfranco Tosi, ingegnere, sindaco di Busto Arsizio (VA) per la Lega Nord dal 1993 al 2002, che siede nel consiglio di amministrazione di Enel da dodici anni, senza interruzione.

Con Letta al governo sembrava che la cerimonia fosse destinata a ripetersi, senza grandi scossoni: magari con qualche oscuro funzionario di partito in meno, ma in sostanza confermando sia Scaroni sia Conti. Poi è arrivato Renzi, il rottamatore, e i giochi si sono riaperti. La Commissione Industria del Senato, guidata da Massimo Mucchetti del Pd, ha messo sotto la lente gli amministratori uscenti delle società controllate dallo Stato e sono usciti risultati sconfortanti. Non c’era mai stata tanta attenzione sulle nomine pubbliche da parte della politica e questo è un segnale positivo. Se dobbiamo credere alle indiscrezioni lunedì prossimo, quando il Ministero del Tesoro presenterà le liste, potremo finalmente augurare a Paolo Scaroni e Fulvio Conti la meritata pensione.

Ma cosa succederà dopo? A questa domanda, almeno per quanto riguarda l’Enel, cercano di rispondere Greenpeace Italia e Fondazione Banca Etica, in un comunicato uscito oggi: “non è sufficiente che i nuovi amministratori siano competenti e slegati da appartenenze politiche, c’è anche un urgente bisogno di personalità in grado di guardare al futuro, a una transizione ormai inevitabile verso fonti di energia rinnovabile a generazione decentrata”.

La politica energetica del Paese è sempre stata pesantemente condizionata dal controllo pubblico di Eni ed Enel. La stessa Enel ha puntato sulla rinascita del nucleare, affondata dal referendum del 2011 e poi del carbone, frenata dal crollo della domanda di energia, ma gli investimenti sulle nuove rinnovabili (solare ed eolico) sono rimasti al palo: la potenza installata da Enel nel solare è marginale sul totale italiano e la voce “solare” non compare nemmeno nell’ultimo bilancio.

Applausi al governo Renzi, quindi, se lunedì saprà rottamare i vertici di Eni ed Enel. Poi però la strada non potrà che essere in salita. Grazie alla produzione decentrata di energia legata al boom delle rinnovabili è in atto una rivoluzione energetica che non si era mai vista prima. Nei consigli di amministrazione delle due grandi società italiane dell’energia non basterà più avere personaggi competenti, onesti, indipendenti. Serviranno anche manager innovatori, visionari, rivoluzionari. E una forte volontà da parte del governo di pensare finalmente a un piano energetico serio, che guardi ai prossimi cinquant’anni. Le liste di lunedì potrebbero essere un primo passo.