Peter GreenawayTra le calli della Serenissima lo si può ormai quasi quasi considerare di casa: a parte l’essersi ritrovato spesso e volentieri con alcuni dei propri film in concorso alla Mostra del Cinema, o con la sua celebre installazione di alcuni anni fa sulle Nozze di Cana del Veronese nel Cenacolo Palladiano di San Giorgio, le propensioni veneziane di Peter Greenaway paiono ben più che occasionali.

“Noi britannici abbiamo sempre avuto un’affinità elettiva con Venezia“, osserva il cineasta gallese, tutto soddisfatto di essere appena riuscito a ritagliarsi una visitina alla mostra di Bosch a Palazzo Grimani. “Basti pensare a Turner e a Ruskin, o anche soltanto alla tradizione inglese del Grand Tour. Se potessi, mi piacerebbe venire qui regolarmente tre volte all’anno. È tutto così splendido, a parte questa folla di pessimi turisti tra i quali ovviamente ci sono anch’io”, puntualizza ridendo.

Giunto in laguna come ospite della rassegna di letteratura internazionale “Incroci di civiltà”, nel breve lasso di tempo che precede la sua conferenza pomeridiana a Ca’ Foscari, Greenaway si intrattiene nella hall del suo albergo veneziano, raccontandosi e lasciandosi intervistare con la rilassata affabilità del vero signore, ovvero con quella rara eleganza di modi che tante pseudo-starlette di terza o quarta categoria farebbero bene ad imitare. “Sto effettivamente elaborando una mia versione del racconto di Thomas Mann Morte a Venezia – conferma il regista –, l’anno prossimo cominceranno i sopralluoghi per allestire il set, ma il mio film non avrà nulla in comune col capolavoro di Visconti, poiché sarà tutto incentrato sulla figura di Tadzio e su quell’abbrutimento esistenziale che, a quarant’anni di distanza dal suo incontro col professore, lo trasformerà in un vero e proprio mostro. Se la trama originale prevedeva, per ovvie ragioni di pruderie, che il love-affair non venisse consumato, nel mio rifacimento non ci sarà alcuna remora in tal senso: Tadzio diventerà un adescatore seriale che si procura incontri sessuali anonimi via internet, consumato dall’ossessione per un tema musicale che gli ricorda l’episodio della sua iniziazione e che egli pretende venga eseguito continuamente dal vivo da un gruppo di musicisti da lui assoldati ad hoc”.

Ma una simile colonna sonora non attingerà all’opera di Mahler, come nel caso di Visconti, e nemmeno alle composizioni di Britten (che il maestro reputa “troppo britannico”) bensì a quelle squisitamente veneziane di Vivaldi. Del plot originario, insomma, rimarrà ben poco. D’altra parte per Greenaway, pittore di formazione, oggi come ieri la suggestione visiva e la centralità delle immagini restano la cifra caratterizzante non solo della sua poetica specifica ma anche del mezzo cinematografico in quanto tale. E quella stessa verve polemica che lo indusse già svariati anni fa a decretare la morte del cinema facendola coincidere con l’invenzione del telecomando del 1983, non accenna minimamente a sopirsi: “Viviamo in una civiltà dominata dalla dittatura del testo e della parola scritta. Ogni nostro scambio di informazioni avviene all’insegna dell’astrazione verbale. Il nostro addestramento visuale è di gran lunga più arretrato di quello dei contadini delle periferie venete del XIV secolo, abituati ad osservare milioni di immagini nelle chiese. Sono pienamente d’accordo con Umberto Eco nel ritenere che la rivoluzione digitale di questi anni possa rappresentare un’eccellente opportunità per recuperare il nostro rapporto con le immagini. Ma ovviamente bisogna intervenire soprattutto al livello dei percorsi educativi e formativi. E soprattutto smetterla con quella schifezza di cinema in cui la parte visiva è biecamente subordinata alla trama testuale”.

Dunque una vera e propria iattura, questa del cinema “text-based”, dalla quale però sembra restare felicemente immune La Grande Bellezza dell’italiano da Oscar Paolo Sorrentino, che poco prima di essere consacrato dall’Academy aveva condiviso il palcoscenico britannico dei Bafta Awards proprio con Greenaway, insignito in quell’occasione del premio alla carriera. “Il film di Sorrentino mi è piaciuto – rivela il regista – sebbene fosse troppo lungo, e, nella parte centrale, decisamente incasinato (dice proprio così: “messy”, ndr). Ma nonostante alcune debolezze della costruzione narrativa l’ho trovato valido ed efficace nel suo assunto di fondo”.

Bafta o non Bafta, medaglie e riconoscimenti lasciano piuttosto indifferente il pragmatico ed autoironico 72enne: “I premi sono fenomeni mediatici sostanzialmente vacui, ma agevolano la distribuzione dei film, e dunque un meccanismo grazie al quale il mio lavoro diventa più facilmente visibile anche in Corea del Sud o in Australia non può essere totalmente negativo. Poi ovviamente i produttori riescono ad essere persuasivi quando ti suggeriscono di andare a ritirare il premio e preparare un bel discorsetto, considerando quanto faccia comodo diventare un po’ più riconoscibili, non solo quando sei in giro a passeggio ma anche al momento di entrare in banca”.

Eppure Greenaway, con una quarantina di film alle spalle, guarda al proprio futuro con una sorta di meditabondo disincanto: “Mi reputo profondamente darwiniano e, in quanto tale, dopo quattro figli e sei nipoti, ritengo di aver adeguatamente adempiuto alla missione di trasmettere il mio patrimonio genetico. La mia figlia più giovane ha 13 anni e di certo mi piacerebbe vederla diventare maggiorenne, ma non credo di voler arrivare molto oltre il mio ottantesimo compleanno. A parte alcuni casi eccezionali, come Tolstoj, Tiziano o Picasso, è piuttosto raro che dopo quell’età un artista riesca a realizzare qualcuna delle sue creazioni migliori. Del resto, ho sempre ritenuto giusto prefiggersi come obiettivo la qualità della propria vita piuttosto che la sua semplice estensione temporale. Ovviamente queste riflessioni non intralciano il mio cammino: sono pieno di energie ed ho almeno dieci nuovi progetti di film da girare. Ma in questa fase della mia esistenza, direi che riguardo alla morte, come oggetto ricorrente anche se non unico dei miei pensieri, mi trovo in perfetta sintonia col Prospero di Shakespeare: And every third thought shall be my grave“.