Ci sono circa 800 eventi legati al design in questi giorni a Milano. E questo è motivo di vanto dell’assessorato, motivo di incasso per i fornitori degli spazi e delle bandierine che li segnalano, motivo di emicrania ma anche ebbrezza per tutto il popolo di abituali o incidentali visitatori del cosiddetto Fuorisalone. Ciascuno di questi eventi ha costi economici e gestionali sproporzionati rispetto al reale ritorno in comunicazione, vendita, promozione (dividete il totale degli introiti per 800). Ciascuno di questi porta un proprio sguardo alternativo rispetto al design (moltiplicate le visioni per 800). Proviamo a nominare 5 itinerari, che danno un’idea – fuori dai marchi tradizionali che per forza di inerzia ogni anno rinnovano un patto abbacinante con la città – dello stato di salute e malattia del design contemporaneo (italiano) e dei nuovi segnali che ci manda.

1) A di Autoproduzione. È il terzo anno che “autoproduzione” sale sulla pedana delle parole chiave del Salone, in molti casi a braccetto con la A di artigianato. Tradizionalmente è la Fabbrica del Vapore la Cattedrale di questa festa del designer/bricoleur, il mercato della sua partecipazione variamente vintage, sofisticata, alternativa al sistema del design. Quest’anno la cosa forse più interessante di tutto lo spazio, dedicato alla con-divisione, è però la piccola mostra che lo precede, organizzata da MyPrototype, associazione agli esordi nata con l’idea di creare un archivio di prototipi di oggetti del design italiano più o meno famosi, mostrandone l’evoluzione al grande pubblico, e magari alfabetizzando sulle differenze tra prototipi e autoproduzioni, oggi troppo spesso con-fusi anche dagli addetti ai mestieri.

2) Qualcosa di buono che mostra un’altra faccia virtuosa dell’autoproduzione che funziona è Something good, una per ora piccola azienda, nata l’anno scorso dal talento e le capacità imprenditoriali di 4 designer e amici che si sono messi insieme per produrre (in Italia), comunicare (al Fuorisalone riescono a esporre nello spazio esclusivo di Rossana Orlandi) e distribuire (online) una collezione di oggetti per la casa, mantenendo un prezzo competitivo e una produzione sostenibile. O da sostenere.

3) Tipicamente è la moda ad aprire quelle porte di cortili, case museo, interni che il resto dell’anno non è dato vedere data la nota discrezione milanese all’autopromozione e la sua discutibile politica sugli orari di apertura al pubblico. Una per tutte quest’anno è casa Marras, in Via Cola di Rienzo: al pianterreno circolo filosofico ricreativo e sottoterra interno giacomettiano allestito con l’aiuto dei ragazzi di Segno Italiano, con la loro collezione di ri-produzioni ispirate alle antiche tradizioni italiane. Per la soddisfazione di chi sostiene che il futuro dell’Italia è nel suo passato – a patto di poterselo permettere -, vedi anche mostra dei laureandi del Politecnico: Underdogs nel nuovo quartiere Zonza Sant’Ambrogio.

4) A proposito di distretti. Già largamente preannunciato, quest’anno possiamo serenamente constatare che l’esotica Lambrate delle gallerie d’arte, prediletta non solo dagli stranieri che la presidiano ma anche dai giovani italiani che pagano per esserci, ha spodestato Zona Tortona, traslocando birre, salamelle e i risultati più prestigiosi delle scuole internazionali di design. Restano i grandi marchi. Si esaurisce un format.

5) L’ultima tappa, prima di salutare una città che non rivedremo così fino all’anno prossimo, è una cartolina da Milano, anzi due souvenir. Il primo è Ambrosiana, nome di un collettivo di tre giovanissime designer, che festeggiano la città che le ospita, la sua architettura e la sua nebbia, con una bella collezione “sabbiata” esposta allo Spazio900 in felice compagnia di Nanda Vigo, Giò Ponti, Mangiarotti. Due di queste tre autrici, tra l’altro, fanno anche parte dell’associazione Padiglione Italia, oggi l’osservatorio più rappresentativo del nuovissimo in Italia, e che espone appunto a Lambrate.

Ma il vero progetto metafora di questa città, della sua design week e forse anche delle sue sorti progressive è l’operazione geniale (anche a livello commerciale) che migliora quella avviata lo scorso anno dall’azienda Seletti su Maurizio Cattelan, e che quest’anno mette in una boule de niège la miniatura della sua famosa scultura L.O.V.E. di Piazza Affari, in vendita solo per questa settimana nel luogo che ospita l’originale. 25 euro in una serie per ora limitata di 4000 pezzi, arrivati per l’occasione direttamente dalla Cina e già promesso al Moma store di New York. Valutate voi se il significato sia la definitiva celebrazione di un esito afunzionale per il design, messo sotto una campana di plastica, o la riduzione a gadget anche per l’arte contemporanea. Stefano Seletti dice “un gesto d’amore per la città”. Ma se il mezzo è un messaggio, anche un bel dito medio alla storia del suo design. #musthave