Prima di varare un DEF 2014 chiaroscurale (Documento di Economia e Finanza), il Matteo Renzi aveva gironzolato per le capitali europee, allegro quanto un turista Valtur; “con quella faccia da italiano in gita” del suo conterraneo Gino Bartali nell’omonima canzone di Paolo Conte.

Un grand tour che lo ha rafforzato nelle convinzioni di blairino da Rignano sull’Arno. Particolarmente istruttivo e cameratesco l’incontro con il bambolotto thatcheriano David Cameron; uno che sembra l’imitazione di Maurizio Crozza quando fa l’imitazione di Luca Cordero di Montezemolo che si stupisce se gli parlano dell’esistenza dei menagiati. Il clou della sintonia è stata una conferenza stampa imbarazzante per l’ostentazione – tra pacche sulle spalle e sospetto di pizzicotti ai glutei – di intimità amicali da parte del campeggiatore italiano nei riguardi dell’ospite britannico: un remake dell’Alberto Sordi parvenu in bombetta, di “Fumo di Londra”. Difatti il nostro premier ha ricavato dal faccia a faccia con l’inespressivo pari grado d’oltre Manica la convinzione di essere sulla via giusta. Quella che il suo ex consulente economico, l’italiano d’America Alberto Alesina (autore nel 2009 di un noto paper che persino i funzionari del FMI si sono sentiti in dovere di smentire due anni dopo), chiama “austerità espansiva”.

Sicché, tornato a casa, il nostro turista allegrone ha presentato un DEF in cui non c’è un’idea che sia una di sviluppo; lasciando intendere che la crescita e l’occupazione sono delegate all’ulteriore abbattimento del fattore lavoro, nella convinzione (molto blairiana) che i padroni del vapore, liberi di fare un po’ come vogliono, metteranno a posto tutto.

Se, invece di darsi di gomito col Cameron, il Renzi si fosse informato, avrebbe scoperto che la stessa intellighenzia inglese (non i “professoroni” tipo Rodotà o Zagrebelsky…) è terrorizzata dalle malefatte dell’attuale corso politico insulare.

Un giovane professore di Oxford – David Stuckler – ha messo a confronto le due sponde politiche del mondo anglosassone ricavando valutazioni tombali: «possiamo osservare le conseguenze dell’austerity sull’economia basandoci sui primi risultati degli esperimenti condotti negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Entrambi i Paesi hanno subito una forte recessione in seguito al crollo di Wall Street. Dal 2009, con l’insediamento del presidente Obama, gli Stati Uniti hanno intrapreso la strada dello stimolo all’economia. La scelta ha segnato un vero e proprio punto di svolta nella lotta alla recessione: da quel momento, l’economia è in ripresa e attualmente il PIL è più alto rispetto a prima che iniziasse la crisi. Al contrario, con l’avvento al potere del Partito conservatore nel 2010, il governo inglese ha iniziato a tagliare milioni di sterline di spesa pubblica. L’economia è cresciuta a un tasso inferiore alla metà di quello degli Stati Uniti, deve ancora riprendersi del tutto e adesso mostra i primi segni della temuta recessione triple-dip, ovvero una terza caduta nella recessione dopo un breve periodo di ripresa» (L’economia che uccide, Mondatori 2013, pag. 20). Per non parlare delle catastrofi sociali conseguenti, che Stukler analizza in dettaglio: andate a vedervi il libro.

Eppure questi continuano con le ricette assassine in tutta Europa, Italia compresa. Dove l’unico elemento che balza agli occhi nei passi del governo è la volontà di operare un drenaggio sul bacino elettorale Cinquestelle con provvedimenti ad alto impatto mediatico: le paghette di ottanta euro (a rischio di riassorbimento da parte di altri balzelli) e la gogna retributiva per qualche cacicco delle società pubbliche. Oltre, naturalmente, la vendita di alcuni usati su E-bay.

Niente che abbia a che vedere con una politica industriale che possa assicurarci l’aumento del PIL indispensabile (stando a quanto dice persino il presunto cerbero Pier Carlo Padoan). Insomma, il vecchio Bartali direbbe «l’è tutto ‘a rifare». Ma il giovane Matteo se la ride, come un italiano in gita: il trucco sembra poter reggere fino al 25 maggio, giorno del redde rationem elettorale.