Russell Crowe nei panni di Noè, un attore di Hollywood nelle vesti di una delle più celebri figure della Bibbia. Talmente nella parte da recarsi personalmente a San Pietro, nell’ambito del tour promozionale, per un incontro con Papa Francesco che non ha voluto prestarsi alla logica di marketing concedendo solamente il lusso di un’udienza pubblica. Andare a scomodare le Sacre scritture era un rischio, specie per un regista che non si piega facilmente a compromessi, pur di inseguire la propria idea di cinema. E Darren Aronofsky con Noah – dal 10 aprile nelle sale e presentato in anteprima il 5 aprile al Bari film festival – ha deciso di esporsi, di portare sul grande schermo il libro della Genesi contenuto nel Vecchio testamento, rimanendo fedele alla sua visione, ritrovandosi però tra le mani un’opera incoerente, che si apre a troppi spunti di riflessione, convincendo solamente in sporadiche sequenze dal forte impatto visivo.

Ancor prima di uscire in sala, il film negli Stati Uniti aveva già mosso svariate critiche fra i gruppi religiosi che si erano divisi fra chi osannava il progetto e chi invece lo bocciava categoricamente, finendo addirittura per essere censurato in diversi Paesi islamici, come l’Egitto, l’Indonesia, gli Emirati Arabi e negli ultimi giorni la Malesia, che ha deciso di vietarne la distribuzione seguendo il divieto dell’Islam di rappresentare qualsiasi figura di profeta. E in fondo, la volontà di attenersi alla versione biblica della storia era già stata espressa dalla Paramount Pictures, che in una nota ufficiale aveva dichiarato: “Il film è ispirato alla vicenda di Noè e sebbene siano state prese delle licenze artistiche, crediamo che sia fedele all’essenza, ai valori e all’integrità di una storia che è una pietra miliare della fede per milioni di persone in tutto il mondo”, quasi a voler mettere le mani avanti rispetto alle possibili proteste dei cristiani più conservatori, quelli che, specie negli Usa, hanno grande influenza sulla buona riuscita al botteghino, come fu per il successo de La Passione di Cristo. Ma a differenza del film di Mel Gibson che seguiva alla lettera il testo sacro, qui Aronofsky di licenze artistiche ha deciso di prenderne fin troppe, una scelta di per sé coraggiosa, se non fosse che il risultato spazia in un universo totalmente fuori controllo.

L’intento era quello di partire dall’uomo dietro la figura storica, indagando nel profondo dell’animo umano. D’altronde il regista ci ha abituati a capolavori come Requiem for a dream, The Wrestler o Il cigno nero, tutte opere in cui si scandagliavano le debolezze di personaggi in cerca di se stessi e di un’irraggiungibile perfezione. Noè poteva diventarne la summa, poteva essere l’occasione per affrontare da un punto di vista più intimo una storia profondamente radicata nell’immaginario comune e questo proposito risulta chiaro, se non fosse che ben poco resta ai personaggi, in favore di un eccessivo lavoro di computer-grafica ed effetti speciali. Figure chiave come Sem, Cam, Iafet e Ila la figlia adottiva di Noè interpretata da Emma Watson, rimangono marginali, così come Jennifer Connelly nei panni della moglie Naamah.

Lo stesso Crowe non entra in empatia con lo spettatore e non per sua mancanza ma per via di un personaggio scritto per veicolare tanti, troppi messaggi, primo fra tutti quello ambientalista. Un monito forte attorno al quale Aronofsky fa ruotare il film, puntando il dito contro l’umanità intera, dipinta come un parassita intento nella lenta distruzione del pianeta. Ma il risultato finale dell’insieme di tutte queste citazioni, metafore e idee è un’opera fredda, priva di anima, alla deriva in quel genere fantasy che ricorda a tratti The Fountain – L’albero della vita, un altro cult del cineasta americano, dietro il quale però l’intento era completamente diverso. I rischi di un’operazione come questa erano molteplici, così come le aspettative riposte in un regista dietro la macchina da presa di opere indimenticabili, che in questo caso sono state infelicemente disattese.

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