Se entro cinque settimane il presidente di Samsung Electronics non si presenterà in tribunale a Ghaziabad, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, per il caso che lo vede accusato di frode, nei suoi confronti sarà spiccato un mandato d’arresto. L’ordine è arrivato dalla Corte Suprema indiana. Lee Kun-hee, di 72 anni, uomo più ricco della Corea del Sud, con un patrimonio stimato da Bloomberg in 10,9 miliardi di dollari, a capo di un impero che assieme a Hyundai pesa per un terzo del Pil sudcoreano, nega ogni coinvolgimento.

Il caso risale al 2002 ed è legato a un accordo da 1,4 milioni di dollari per la fornitura di materiali mai pagati. La Jce Consultancy, società con sede a New Delhi che nel 2005 portò Lee in tribunale chiedendo i propri soldi, siglò un accordo con una terza società che a sua volta doveva trasferire i materiali alla Samsung Gulf Electronic, sussidiaria a Dubai della società sudcoreana. Il colosso dell’elettronica in una nota spiega di essere stato a sua volta vittima di una frode multimilionaria, i cui colpevoli sono già stati giudicati e condannati a due anni di carcere. La decisione della Corte suprema è stata presa in risposta all’appello di Lee, pur con la diffusione di un comunicato con cui dichiara di aver soltanto espresso un’opinione, senza voler entrare nel merito del caso. Tuttavia sulla stampa locale non sono mancati i sospetti sui tentativi del patron Samsung per far cadere le accuse.

Lee Kun-hee non è nuovo a problemi giudiziari, sebbene in patria, agli alti dirigenti delle chaebol, i grandi conglomerati che dominano l’economia del Paese, sia spesso rinfacciata una sorta di impunità. Già nel 2008, il presidente fu costretto alle dimissioni per una vicenda di frode fiscale. L’anno successivo fu però condannato per evasione con sentenza sospesa. Nel 2010 tornò alla guida della Samsung, una volta ricevuta la grazia presidenziale, la seconda dopo un altro caso a metà degli anni Novanta del secolo scorso per una condanna per tangenti. Il peso di Samsung ha tuttavia smosso anche il governo di New Delhi. La società sudcoreana, ha ricordato il ministro per l’Industria e per il Commercio, Anand Sharma, ha una forte presenza e investimenti in India.

La decisione della Corte suprema, “manda un messaggio negativo e avrà un impatto sugli investimenti e sul clima per gli affari”, ha aggiunto. Parole che sembrano trovare conferma nelle dichiarazioni di un funzionario del governo al Business Standard, che ha parlato delle minacce sudcoreane di bloccare futuri investimenti. In particolare, sottolinea l’emittente NDTV, il governo teme ripercussioni sugli impegni del gigante sudcoreano dell’acciaio Posco in un progetto nello Stato orientale dell’Orissa. Un progetto da 12 miliardi di dollari, il più grande investimento diretto straniero nel Paese, annunciato nove anni fa, ma ancora lontano da partire, per problemi ambientali e di acquisizione dei terreni. Ecco perché, se l’esecutivo ha definito la decisione della Corte suprema un segnale “estremo”, un funzionario de dipartimento per le politiche e la promozione dell’industria ammette all’Hindu Business Line che si sta studiando cosa fare al riguardo.

di Sebastiano Carboni