C’è qualcosa di sovrumano nelle statistiche legate alla figura di Mickey Rooney, attore brillante statunitense scomparso due giorni fa, alla oggi non più tanto veneranda età di 93 anni. Partiamo subito da un record da brivido: 90 anni di carriera, ovvero Rooney iniziò a “lavorare” a due anni. Un insulto al precariato, direbbe oggi un qualunque cittadino disoccupato del mondo, ma negli anni Venti le cose andavano così Oltreoceano, specie se eri figlio di un cabarettista originario di Glasgow impiegato a Brooklyn (dove il piccolo Mickey era nato nel 1920) negli spettacoli di vaudeville.

Nonostante l’allungamento della vita, nell’era contemporanea una carriera novantennale sarebbe forse impossibile da concettualizzare, come forse sarebbe improbabile trovarsi di fronte a un performer a 360 gradi come Rooney, incarnazione perfetta delle esigenze di versatilità, tanto sui set quanto sui palcoscenici del Sogno Americano. L’attore fece praticamente di tutto, e quasi tutto sufficientemente bene da permettergli di mantenersi egregiamente (si dice fosse uno dei divi meglio pagati di Hollywood) ma senza mai sfondare in maniera memorabile: i due Oscar vinti, infatti, furono quelli degli antipodi della carriera, uno definito “giovanile” (oggi scomparso) nel 1939 per un’attività già affermatissima e nel 1983 come compendio di una vita intera dedicata allo spettacolo.

Dal punto di vista delle categorie professionali tanto in voga di questi tempi, Rooney verrebbe definito un “tuttologo dello show biz”: dal cinema al teatro (i principali amori), dai programmi radiofonici – specie durante la Seconda guerra mondiale per alzare l’umore dei militari americani – alla televisione, in cui ha spaziato dalle sit com (una tutta sua, The Mickey Rooney Show trasmessa dalla CBS) alle lunghe serie tv, che lo videro arzillo vecchietto sulle navi da crociera (Love Boat) o nelle indagini di Jessica Fletcher ne La Signora in Giallo.

Tornando alle statistiche che hanno fatto di questa star un extraterrestre, va rilevata la sua inquieta e certamente poco stabilizzante vita privata, che diede quindi succoso lavoro ai professionisti del gossip: Rooney fu un po’ l’Enrico VIII di Hollywood, essendosi sposato 8 volte con 8 mogli diverse (dalle quali ebbe 9 figli in ordine sparso), la prima delle quali fu la magnetica Ava Gardner. Se nel Terzo millennio sarebbe un po’ difficile trovare un altro eroe maschio disposto a cambiare 8 fedi nuziali scegliendo invece la più agevole strada della convivenza, il fatto che Mickey Rooney fosse tanto irrequieto sentimentalmente ne ha fatto un simbolo/sintomo della modernità, oltre che un classico esponente di quell’universo liquido che si chiama entertainment. Solo le generazioni più avanzate lo ricordano da enfant prodige, uno dei “ruoli” che senza alcun dubbio gli si cucirono addosso in maniera indelebile. L’associazione all’amica di una vita Judy Garland e all’anche lei da poco scomparsa Shirley Temple non sono casuali: il ruolo del bambino Mickey McGuire (il cognome scozzese non era scelto a caso) dal 1927 al 1936 e quello del “mocciosetto” Andy Hardy (sul cui set conobbe la Garland) nel ventennio dagli anni 30 agli anni 50 lo definirono agli occhi dell’immaginario americano quasi per sempre.

Stratosferico anche il numero di film girati, circa 200, che sarebbero stati di più se non avesse interrotto la frequentazione della Settima Arte a favore del teatro, e – sul finire di carriera – della tv, come si diceva. Da Capitani coraggiosi (1937) a Colazione da Tiffany (1961) in cui recitava nella parte del vicino di casa “cinese” della protagonista Audrey Hepburn, fino al malvagio guardiano del museo in Una notte al museo (2007) con Ben Stiller. Impossibile e indegna sarebbe una sintesi efficace di una tale carriera, meglio e più proficuo è commentare il character: estremo nelle contraddizioni, fulminante nell’umorismo “fisiognomico”, e naturalmente Bigger than Life.

Dal Fatto Quotidiano dell’8 aprile 2014