Seminare mais ogm in Italia potrebbe diventare legale. Il 9 aprile infatti il Tar del Lazio si pronuncerà sul ricorso presentato dall’agricoltore friulano, Giorgio Fidenato, leader degli Agricoltori Federati, contro il decreto interministeriale del luglio 2013 che proibisce la semina di colture ogm. Il decreto, che porta la firma dell’ex ministro delle Politiche agricole alimentari, Nunzia De Girolamo, quello della Salute, Beatrice Lorenzin, e dell’ex ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, in realtà blocca la semina di colture ogm solo per 18 mesi – in attesa dell’adozione delle misure previste da un decreto europeo del 2002 – quindi fino al 2016. Fidenato, però, e con lui anche un altro agricoltore friulano, chiede di poter continuare a seminare mais Mon810, l’unico mais geneticamente modificato accettato nella coltivazione in Europa, brevettato dalla multinazionale statunitense Monsanto.

Ma riavvolgiamo il nastro. Il caso Fidenato scoppia nel 2010, quando l’agricoltore semina in due campi, a Fanna e a Vivaro, nella provincia di Pordenone, mais Mon810, senza una specifica autorizzazione, come invece previsto dal decreto legislativo 212 del 24 aprile 2001, che contempla anche, in caso di violazione, l’arresto a sei mesi e una multa fino a 51.700 euro. Fidenato tuttavia non solo stava coltivando mais ogm senza autorizzazione, ma anche senza nessuna misura di tutela di contaminazione verso gli altri campi. A denunciare all’epoca il fatto fu Greenpeace. Dopo varie segnalazioni agli organi competenti, 23 attivisti entrarono nei campi, tagliarono, isolarono e misero in sicurezza la parte superiore delle piante – quelle che producono il polline – azione per la quale è ancora in corso il processo con l’accusa di invasione di terreno.

In seguito a quell’intervento, le coltivazioni furono inizialmente poste sotto sequestro, fu emesso l’ordine di distruzione delle coltivazioni e iniziò una più vasta campagna di campionamenti nella regione. Le coltivazioni vennero considerate illegali – perché prive di autorizzazione – e Fidenato venne condannato dal gip del tribunale di Pordenone a 25mila euro di multa, con decreto penale di condanna. L’agricoltore si oppose al decreto e nel febbraio 2011 è iniziato il processo. Il giudice del tribunale di Pordenone chiede l’intervento della Corte di giustizia europea, che si pronuncia dando ragione all’agricoltore: secondo la normativa europea non bisogna avere nessuna autorizzazione speciale per seminare mais ogm. Nel luglio del 2013 Fidenato verrà quindi assolto. Nel frattempo, sia nel giugno del 2012 sia nel 2013, aveva continuato a seminare mais Mon810.

Nel novembre 2013, tuttavia, arrivarono i risultati dell’attività di campionamento eseguita dal Corpo forestale sui terreni limitrofi ai campi seminati con mais Mon810, che rilevavano “inquinamento genetico” fino al 10%. Il capo del Corpo forestale, Cesare Patrone, parlò, durante un’audizione alla Commissione agricoltura della Camera, di inquinamento ambientale da tossina che aveva contaminato anche gli alveari nell’area circostante. Il corpo forestale inoltrò quindi alla Procura di Udine una comunicazione di notizia di reato relativa alla violazione di una serie di articoli del Codice penale, tra i quali inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, danneggiamento, diffusione di malattie delle piante o degli animali. Nell’agosto dello stesso anno infatti era stato pubblicato in Gazzetta ufficiale anche il decreto interministeriale che proibisce le coltivazioni ogm. Troppo tardi, però, dal momento che ormai il mais era seminato.

La battaglia di Fidenato continua adesso con il ricorso al Tar del Lazio, che si pronuncerà il 9 aprile. Ad essere allarmati ambientalisti e coltivatori riuniti in una task force che in questi giorni sta sventolando il suo “No agli ogm” in tutta Italia. “Se il Tar dovesse accogliere il ricorso dell’agricoltore – spiega Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia – da subito potrebbero verificarsi nuove semine incontrollate di mais Mon810 in diverse regioni d’Italia. Le ricadute sulle produzioni agricole e alimentari italiane basate sull’identità e il legame con il territorio d’origine, potrebbero essere molto pesanti e vanificherebbero le azioni portate avanti finora per tutelare il made in Italy. Anche il biologico ne sarebbe danneggiato, poiché dove si semina ogm la certificazione per la produzione bio decade, a causa della contaminazione genetica che si può determinare”.