Mentre si discute di salario minimo e si dibatte sulla possibilità di reiterare i contratti sei o otto volte, i lavoratori arrivati sul mercato del lavoro quando concorsi pubblici e tutele erano ormai esauriti si trovano in una situazione che sembra quasi lo scenario di un film di fantascienza, una terra desolata dopo l’attacco di creature aliene. Un mondo post-umano, dove l’eco delle discussioni sui diritti è lontanissimo e bisogna invece reimparare l’arte della sopravvivenza, muovendosi tra ostacoli nuovi e inventando strategie per non soccombere.

Il lavoro non è finito, semmai è completamente cambiato. Non arriva più dall’alto, ma va creato dal basso, scovato da sé, inventato (e questo sarebbe anche un bene), in totale assenza se non di strade favorevoli, almeno di tracciati abbozzati che consentano a chi è stato costretto a rovesciare l’ottica di scorgere davanti a sé segnali che indichino che la direzione sia giusta. E magari la speranza, senza nuovi parassitismi, di ricevere sostegni leggeri per consolidare il percorso intrapreso finora.

Invece per ora non c’è niente di tutto questo, perché la politica, ancorata a un mondo del lavoro che sta sparendo, dimentica di mettere in atto misure che consentirebbero alle nuove generazioni di non restare sempre sull’orlo del precipizio. In bilico tra una vita con parvenza di normalità e nuove forme di neoschiavitù.

Per chi apre una piccola impresa, o partita Iva, ci sono tasse e contributi che scoraggerebbero qualsiasi pioniere, oltre al fatto che manca un aiuto consistente nel momento di avviamento dell’attività (aprire un’impresa con euro è uno slogan che tale è rimasto). Per chi invece si destreggia tra contratti di pochi mesi, diventando non flessibile, ma completamente elastico, imparando a vendersi sul mercato, ad affinare competenze e proporle (spesso attraverso un lavoro di formazione e autoproduzione che ormai nessuna azienda fa più e che è stato tutto rovesciato sulle spalle dei singoli), non ci sono ammortizzatori minimi. Ad esempio se tra un contratto e l’altro, o tra un lavoro e l’altro, si cade. Metaforicamente ma anche – letteralmente – per un incidente di strada, che magari ti costringe a stare fermo e senza compenso per settimane e settimane, visto che malattia e disoccupazione sono parole che i nuovi “contratti” – che neanche si possono più definire tali, visto che presupporrebbero due contraenti simmetrici inesistenti – non prevedono più, mentre buoni pasto, tredicesima, tfr, appartengono a un mondo che appare lontano come Marte dalla Terra. Nonostante spesso i nuovi lavoratori abbiano orari e mansioni più schiaccianti di un dipendente.

Il problema vero del lavoro, oggi, è lo scoraggiamento, non solo di quelli che non lavorano, ma soprattutto di quelli che lavorano. Perché se ti sembra sempre di stare nella ruota del criceto, se il tuo lavoro non cresce non perché manchino idee, impegno, capacità di rischiare ma perché idee, impegno e capacità di rischio si trovano all’interno di un sistema che non premia nessuno di questi aspetti – e cioè un mercato senza mercato, bloccato da un lato da corruzioni e inefficienze del passato, dall’altro privo di quei fondi necessari a dare ossigeno ai nuovi progetti – allora il rischio vero perdere di vista il senso. Avvertire il peso schiacciante di una macchina che, di fatto, ha espropriato il tempo e la vita dei nuovi lavoratori, privandoli del loro capitale più grande: voglia di mettersi in gioco, di indipendenza, di libera progettazione, di misurarsi, spesso creativamente, con un mercato vero.

E allora una vera politica del lavoro, oggi, dovrebbe soprattutto evitare che chi sta producendo reddito, magari andando a compensare con la fatica dei suoi fragili contributi le pensioni d’oro del passato, a un certo punto si fermi per dire: “Tutto questo non ha senso”. Magari scegliendo di andar via o, paradossalmente, di non lavorare più. Per riavere indietro, almeno, la sua vita.  Basterebbero poche misure giuste, e soprattutto nuove parole, un nuovo lessico per un lavoro che ha cambiato volto. Quelle parole che questo governo, che sul lavoro sembra più vecchio di tanti suoi predecessori, basti pensare ai governi Prodi, non è in grado di pronunciare.