Questa non è una storia folle, è una storia di triste follia. Va in scena domenica allo stadio Ettore Mannucci di Pontedera. Campionato di Prima Divisione LegaPro, terza serie del nostro calcio. Attorno al 50esimo minuto della partita tra la squadra di casa e il Barletta, il capitano dei pugliesi si scontra con il portiere e perde conoscenza. Compagni e avversari, preoccupati, chiedono subito l’intervento dell’ambulanza. E mentre tutti trattengono il fiato per la botta subita dal calciatore biancorosso, c’è chi il fiato lo butta fuori con violenza: “Devi morire”. Tre volte, scandendo bene. Da dove parte il coro? Dalla curva del Pontedera? No, peggio: dal settore dove sono ospitati gli ultras del Barletta, che urlano contro il loro capitano a partire dal secondo 37 del video postato in fondo a questa storia di triste follia.  

La condanna a morte di Fabrizio Di Bella – 25enne terzino sinistro da due stagioni in biancorosso – è la posizione in classifica della squadra, penultima. Una posizione del tutto ininfluente, perché in virtù della riforma dei campionati in vigore da settembre, quest’anno dalla Prima Divisione non retrocederà nessuno. Ma è sufficiente a un gruppo di esaltati per augurarsi che il loro capitano perda la vita in uno scontro di gioco.

A questo punto della storia, ci si aspetterebbe una reazione da parte di chi insieme a Di Bella si allena e gioca da almeno otto mesi, di chi con lui ha condiviso la gioia delle vittorie e la frustrazione di pesanti sconfitte, come quella casalinga del 30 marzo contro il Benevento: 6-1 per i campani. E invece no. A fine partita, persa 3-1, i compagni di Di Bella, in quel momento al pronto soccorso per accertamenti (ha riportato un trauma cranico commotivo), vanno a scusarsi per l’ennesimo ko sotto il settore che ospita chi vorrebbe morto uno di loro. Nel video in fondo, la scena è visibile da 1’14”.

Sono gli stessi pseudotifosi che lo scorso martedì, dopo il ko contro il Benevento, hanno bloccato l’allenamento chiedendo la testa dell’allenatore. La reazione della società è arrivata 48 ore dopo. Una dura presa di posizione contro chi pensa di poter fare e disfare squadra e staff tecnico? No, anzi. La proprietà ha deciso di licenziare il direttore sportivo Gabriele Martino, il tecnico Nevio Orlandi e il preparatore atletico Luigi Mondilla: “Serviva una scossa”.

Beffe del destino, è arrivato un gol subito per ogni esonero chiesto dagli ultras, che non contenti vorrebbero una punizione ancora più esemplare per il capitano. Nessuno ha reagito, né chi mette i soldi, né i compagni di squadra. Il comunicato del Barletta Calcio recita: “La società si dissocia con fermezza da episodi di questa natura, augurandosi che non si ripetano in futuro”. Dopo tre esoneri serviti su un piatto d’argento, la società riscopre la “fermezza” e si “augura” che quei bravi ragazzi sugli spalti non lo facciano mai più, premettendo – non si sa mai, potrebbero offendersi – di essere “orgogliosa” della propria tifoseria definita “sostenitrice impeccabile (sic!) dei colori biancorossi”.

A chi ama lo sport resta una sola speranza, fatta di tifosi veri. Ovvero di tutti gli altri barlettani che domenica andranno allo stadio per la partita con il Catanzaro. Ce la faranno almeno loro a condannare – con uno striscione, con un coro, comunque vogliano – quella decina di persone tristi? Oppure si sentiranno rappresentati dalla loro ancor più triste follia?

Nel caso non dovesse succedere nulla, a morire – non per dovere ma per scelta di tanti – sarà la dignità di tutti. Da provare a salvare, a Barletta, c’è solo una cosa: la faccia.