Mentre la crisi Ucraina si incancrenisce, l’ineffabile presidente russo Vladimir Putin, attraverso il suo braccio destro economico, Igor Ivanovich Sechin – giovane vecchio agente del KGB a capo del colosso energetico russo Rosneft – ha preso il controllo di fatto della gloriosa Pirelli per pochi spiccioli. L’antefatto: quasi un anno fa Marco Tronchetti Provera si assicurò altri quattro anni di gestione del gruppo Pirelli grazie all’aiuto delle due maggiori banche, Intesa e Unicredit, ma innanzitutto del Fondo Clessidra di Claudio Sposito: crearono una newco (nuova società), Lauro61, che prima lanciò una offerta pubblica d’acquisto su Camfin, per delistarla, cioè toglierla dall’elenco delle quotate, e avere così il controllo del gruppo Pirelli con il 26 per cento, quota che prima possedeva la Camfin. L’accordo tra le due banche, Clessidra e Tronchetti Provera prevedeva che entro quattro anni il patto si sarebbe sciolto e ciascuno avrebbe poi potuto fare della proprie azioni quel che voleva. Fermo restando che Tronchetti avrebbe abbandonato la tolda di comando entro quel momento.

La famiglia Malacalza, i soci sconfitti, portò a casa una ricca plusvalenza e tutto sembrava tornato alla normalità. Questa versione, naturalmente, era per quei gonzi dei piccoli azionisti che intanto si erano visti caricare sulle proprie spalle l’onere di tornare a essere il primo azionista di quella Prelios che ha sotto di sé società di gestione del risparmio che a loro volta hanno decine di fondi che gestiscono oltre 10 miliardi di asset immobiliari, il cui numero e la cui solidità finanziaria sembra sostanzialmente sconosciuta alle autorità di controllo, Banca d’Italia e Consob. La tranquillità per i piccoli azionisti di Pirelli, però, non è certo aumentata dal fatto che a guidare la Prelios sia un manager come Massimo Caputi, già rinviato a giudizio per evasione fiscale dalla Procura di Milano insieme a Matteo Marzotto, e talmente impegnato in mille operazioni da distrarsi spesso come accadde quella volta in cui lasciò in un albergo di Milano 45 mila euro in contanti, sembra per i camerieri. Il tempo di una gestazione serena e dopo nove mesi cambia tutto, come era prevedibile.

Il patto, che teneva insieme i soci della Lauro61, infatti, si scioglierà e le azioni di Clessidra e di Intesa e Unicredit saranno comprate dai russi della Rosneft e conferite in una newco che controllerà il gruppo Pirelli con il 26 per cento (il resto è flottante, tranne il 7 per cento nelle mani di Vittorio Malacalza). Il 50 per cento della newco che controllerà Pirelli sarà in mano ai russi e l’altro 50 per cento in quelle di una compagine chiamata Nuove Partecipazioni che avrà l’80 per cento e le due banche il 10 per cento ciascuna. Per le illimitate risorse della Rosneft e della sua espansione internazionale, Valdimir Putin e il suo gruppo di potere controlleranno una delle poche multinazionali italiane che fatturava al 30 settembre scorso 4,6 miliardi di euro (6,1 miliardi in ragione d’anno) con oltre 300 miliardi di utile sempre in ragione d’anno. Il costo per il controllo di questo colosso costa ai russi della Rosneft poco più di 700 milioni di euro, per il 13 per cento.

Nel mentre concede a Clessidra e alle banche ricche plusvalenze, Tronchetti incassa la possibilità di guidare il gruppo senza più limiti di tempo. Al 74 per cento degli azionisti solo il gusto di leggere dai giornali che, come gli ucraini di Crimea, il loro nuovo padrone è il duo Putin-Sechin attraverso la Rosneft. La cosa disarmante è che quel 13 per cento di Pirelli acquistato oggi dai russi – e che, con la complicità di Tronchetti, di Clessidra e delle Banche, ne garantisce il controllo – voleva essere acquistato dal secondo azionista del gruppo, cioè Malacalza, garantendo così una italianità che non è di per sé un valore né un idolo da difendere, ma neanche una vergogna da dismettere al punto tale da cedere al caro amico di Berlusconi, Vladimir Putin, il controllo di un glorioso brand italiano che godeva e gode ottima di salute.

di Koala
da Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2014