Sono trascorsi cinque anni dalla notte del sei aprile del 2009. Cinque anni dal terremoto dell’Aquila. Finalmente, alla buonora, i cantieri della ricostruzione hanno cominciato a muoversi, ma si è ancora fermi, quanto a visioni strategiche di più lungo respiro, all’anno zero o quasi. Colpa di cinque anni di immobilismi, ondeggiamenti, di inesauribili battaglie di posizione e di (malintesa) rendita, dell’insinuarsi strisciante degli affaristi senza terra e dei piccoli e grandi burocrati delle calamità naturali.

Quante centinaia di milioni di euro sono state buttate via inutilmente perseguendo la logica, col fiato e con la coscienza corta, del mantenimento dello status quo superstite? “Mettiamo in sicurezza tutto”, poi si vedrà; meglio un puntellamento oggi, che una ricostruzione celere e definitiva domani. Nel mezzo, il mistero buffo delle new town, del progetto c.a.s.e. sbandierato a reti unificate; l’asse di belletto e cerone e Spa tra Guido Bertolaso, una specie di presunto Superman allora, e Berlusconi, che era sempre in diretta dall’Aquila, i primi tempi; il G8 spostato in fretta e furia dalla Maddalena al capoluogo abruzzese, un trionfo d’immagine senza precedenti per l’ex premier; i potenti del mondo che promettevano mari e monti per la ricostruzione di chiese e palazzi storici aquilani, che stiamo ancora aspettando; il problema delle macerie, tonnellate di macerie, che si cominciò a sgombrare, chissà perché, dopo un sacco di tempo; la gestione degli sfollati, spesso dispersi per anni in vacanza forzata negli alberghi della costa adriatica; il congelamento sine die del vero cuore pulsante della città, il suo centro storico, derubricato a zona rossa permanente, a salotto macabro a uso e consumo dei gitanti del dolore. E le decine di migliaia di magnifici volontari accorsi da tutta la penisola per dare una mano. Anche questa, si sa, è l’Italia.

L’Aquila prima del 6/4/2009 era una gioia minuta, ma tenace, persistente, tra le sue strade eleganti, pur decadenti e tra le sue cento chiese, sotto lo sguardo austero e magnanimo della montagna. Ora vi guaiscono ancora atroci resti, tra cui quelli della “Casa dello Studente” completamente squassata, scoperchiata, tranciata in due di netto come una scatoletta di tonno scaduto gigante… Obelisco deforme all’orrore dell’uomo contro ogni giovane uomo. Quella notte, nella Casa dello studente vennero rase al suolo otto innocenti giovani vite, immolate sull’altare di uno dei patti più scellerati e biechi tra costruttori senza scrupoli e una politica da strapazzo. Quel dormitorio “residenziale” per studenti fuori sede, tirato su negli anni sessanta e “restaurato” soltanto pochi anni prima della sua miserabile fine, era impastato di un cemento simile alla plastilina, che costa molto meno e in più assicura un giocondo effetto Peter Pan. Ma l’effetto collaterale può essere, e fu, la morte. Quell’accrocco di mattoni cariati, noncurante di magnitudo, scale Richter e Mercalli, si sfaldò come un castello maledetto di sabbia marina, infiltrata dal fango, dal sangue e dall’ipocrisia umana.

Ci fu persino chi rise di quel che stava avvenendo, presagendo nuovi grandi e succulenti affari. Vi ricordate l’intercettazione telefonica del dialogo “a caldo” tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e il cognato Gagliardi, in cui affermavano di “ridere ciascuno nel proprio letto”, non appena saputo del terremoto?

Che avrebbe generato oltre trecento morti, 1500 feriti, 80 mila sfollati…

E dire che la Commissione Grandi rischi aveva schivato ogni semplice misura straordinaria, come l’evacuazione della popolazione. Al bando allarmismi e menagramo. Avete paura? Respirate forte. Volete dormire per strada o in macchina questa notte? Fate pure, se proprio lo desiderate, gente eccentrica. Il lunghissimo sciame sismico prima della catastrofe? Una categoria dello spirito.

Sappiamo poi com’è finita. Non sappiamo ancora come finirà.