Qual è il ruolo delle fondazioni di erogazione di fronte all’odierna crisi economica e del welfare, e alla diffusa povertà? Possono considerarsi dei “piccoli buoni pionieri”? Questi sono stati gli interrogativi dell’affollata assemblea nazionale di Assifero (Associazione italiana delle Fondazioni di Erogazione) che si è tenuta a Torino il 3 e 4 aprile, dal titolo “Oltre il denaro!

 

Il punto di partenza, molto condivisibile, è che oggi siamo di fronte ad un’indigenza diffusa che non è solo economica, ma che è aggravata dalla povertà delle relazioni, delle opportunità, dei valori, dell’etica e della cultura, anzi delle culture (al plurale, come ha evidenziato suor Giuliana Gallo). Sono molte le cose che rischiamo di perdere, ha giustamente affermato l’antropologo Gerry Salole, dell’European Foundation Center, in accordo con molti dei relatori e dei presenti, tra cui Felice Scalvini, presidente di Assifero.

Non è sufficiente dare delle risposte momentanee ai bisogni che emergono in ambito sociale: le soluzioni devono essere “generative”, ossia in grado di creare circoli virtuosi per alleviare i problemi sociali di fronte ai quali il welfare statale spesso fallisce; bisogna riuscire a rigenerare le comunità e a far rendere i progetti.

Talvolta il welfare non funziona perché, invece di essere “generativo”, è degenerativo: trasformando le persone in assistiti, considerandole prive di risorse, sovente non offre strumenti concreti per uscire dalla difficoltà, ma si limita a tamponare l’esigenza immediata, e in modo insufficiente. Occorre invece trasformare gli “aiuti” in “aiuto” (ad esempio i sussidi in lavoro, in voucher di salario accessorio).

Quest’ultima è la direzione che intende darsi la filantropia istituzionale italiana (un centinaio di fondazioni aderenti): niente più logiche assistenziali e “beneficienza”, niente pezze sulle ferite, ma strategia e investimenti (e sinergia, collaborazione e scambio tra le fondazioni filantropiche e le loro mission).

I manager delle fondazioni inseguono idee innovative e progetti sperimentali per suggerire risposte meno effimere al bisogno, cercano proposte fatte per durare e introdurre cambiamenti più concreti e misurabili. Viva l’agricoltura sociale, ad esempio, viva l’inserimento nei progetti di lavoratori svantaggiati. E che si tratti di processi capaci di alimentare ricchezza, solidarietà e cultura.

Per utilizzare una metafora che è piaciuta durante il meeting, le fondazioni hanno la capacità economica di una piscina a fronte dello Stato/mare. E la piscina è fatta anche per testare le proprie abilità, per suggerire nuovi criteri e nuove regole. Al contempo, occorre dare visibilità ai risultati, soprattutto ai migliori, affinché servano da esempio e abbiano la forza di rompere certi abusati e antichi meccanismi sociali.

Di questa riflessione dovranno tener conto gli enti non profit che intendono collaborare con le fondazioni proponendo loro i propri progetti. I presidenti, i consigli direttivi, i direttori, i fundraiser (tutti poco rappresentati in quest’assemblea nazionale, peccato!) sapranno guardarsi con occhi imparziali e mettere da parte ogni tentazione autoreferenziale, per essere all’altezza di questa volontà della filantropia di sperimentare inconsuete e buone prassi sociali?