Un mese fa l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pierfrancesco Saviotti, ha parlato chiaro agli azionisti: “Non siamo intenzionati a fare regali a nessuno, nemmeno alla famiglia De Benedetti”. Peccato che il regalo sia già stato fatto. Il caso Sorgenia è solo l’ennesima stazione di una via crucis di cui conosciamo a memoria il rituale, complesso e semplice al tempo stesso. Complesso perché raccontato in inglesorum, un gergo incomprensibile ai più, infarcito di standstill, covenant, bond, fresh e agreement. Semplice nella sua essenza: le banche negli anni grassi hanno prestato con implacabile allegria miliardi di euro agli amici e agli amici degli amici – come denunciato dallo stesso governatore di Bankitalia Ignazio Visco – e quando è girato il vento si sono trovate in mutande. È il caso dell’Alitalia, arrivata a oltre un miliardo di debiti dopo la pervicace volontà dell’Intesa Sanpaolo di Corrado Passera di fare contento l’allora potente B. finanziando i “patrioti”.

È il caso della Fonsai, con le grandi banche esposte per un paio di miliardi sull’azienda che la famiglia Ligresti usava come bancomat. Il gruppo Cir ha avuto dalle banche due miliardi di euro per costruire centrali elettriche che promettevano profitti facili. Montepaschi è esposto per 600 milioni, Intesa per circa 300, Unicredit per 180, e via elencando tutti i 21 istituti creditori. Una strategia sbagliata, che puntava sulle centrali termoelettriche mentre il mercato veniva conquistato dalle rinnovabili ed eroso dalla crisi, ha mandato in fumo i soldi degli azionisti di minoranza e delle banche. Le quali hanno finto di non vedere (grave) una crisi evidente da anni, magari per non prendere contropelo il proprietario di un quotidiano diffuso e influente come Repubblica. Oppure non si sono davvero accorte di nulla (ancora più grave).

Adesso devono accollarsi tutto e mettersi a produrre elettricità, “per salvare i crediti”. Romain Zaleski è stato l’apripista. Il finanziere franco-polacco, trapiantato a Brescia e grande amico del presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli, è riuscito a farsi prestare dalle banche alcuni miliardi di euro per giocare in Borsa. Intesa gli ha dato 1, 8 miliardi senza chiedere al galantuomo nessuna garanzia, forse perché faceva brutto. Da cinque anni le banche sono alle prese con il buco lasciato da Zaleski dopo che il valore di Borsa delle sue azioni (tra cui un decisivo 5 per cento di Intesa stessa) è crollato. Adesso il buco della finanziaria Carlo Tassara ammonta a due miliardi.

Ma Zaleski è rimasto ricco e indisturbato. “Sono fuori, mi godo la pensione”, ha detto. È rimasto abbastanza ricco da regalare al comune di Breno (Bs) un fantasmagorico circolo del bridge. E si può anche fare beffe degli amici banchieri, spiegando che giustamente hanno perso miliardi finanziandolo: “È il loro mestiere”. Non pago, Franco Della Sega, consigliere di Intesa nonché presidente della Mittel, finanziaria cara a Bazoli, ha salutato l’uscita di Zaleski dal cda con parole commosse “per il contributo che negli anni ha dato all’attività di Mittel sia professionalmente che, per quanto mi riguarda, da un punto di vista personale”.

Le banche prestano all’imprenditore “affidabile” di turno, poi quando le cose vanno male spiegano di non poter chiedere il fallimento: “Perderemmo il nostro credito”. Cominciano così le trasfusioni. Luigi Zunino e la sua immobiliare Risanamento sono arrivati a farsi prestare fino a 3, 6 miliardi dalle banche, buco oggi ridotto a 1, 8. “Si nega il credito al signor Brambilla, ma se ti chiami Zunino allora le porte si riaprono così come i cordoni della borsa”, ha scritto Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore. Per tappare la falla Risanamento le banche hanno fatto salti mortali. Hanno finanziato l’imprenditore Davide Brizzi per fargli strapagare a Zunino le ex aree Falck di Sesto San Giovanni. Un modo per spostare il buco da una tasca all’altra, e rinviare il problema. Poi sono diventate azioniste di Risanamento, cioè immobiliariste, sempre “per salvare i crediti”. Da anni cercano di appioppare a qualcuno l’operazione Santa Giulia, un clamoroso insuccesso immobiliare alle porte di Milano: l’ultimo acquirente a fuggire a gambe levate è stato, nei giorni scorsi, il fondo Idea-Fimit, che fa capo alla famiglia De Agostini e all’Inps, arrivato a un passo dal suicidarsi con l’incauto acquisto per fare contente le banche creditrici di Zunino.

Twitter @ giorgiomeletti

Dal Fatto Quotidiano del 5 aprile 2014