Loro malgrado, i protagonisti di Piccola patria del regista veneto Alessandro Rossetto sono diventati “eroi di attualità”. In uscita il 10 aprile ma già presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, il film è approdato nella Capitale per l’anteprima alla stampa con relativa (e attesa) conferenza. Di certo il cineasta/documentarista padovano, classe 1962, mai si sarebbe aspettato una spinta mediatica dalla cronaca di tale portata, perché li caso vuole che il suo esordio nel cinema di finzione corrisponda esattamente al vento indipendentista che di questi tempi soffia implacabile nel Nord Est.

Piccola patria “è” il Nord Est. Inteso nella sua provincia più profonda, nella sua gente laboriosa che si ostina ad esprimersi in dialetto, dentro a un folklore e a una cultura popolana che sembrano giustificare azioni folli, come il tristemente surreale “Tanko”. “Il vero pericolo non è questo – spiega Rossetto a ilfattoquotidiano.it – bensì il pensiero sempre più radicale e radicato per cui lo straniero e lo Stato sono diventati nemici da combattere. L’ansia secessionista in Veneto e nel Nord Est in generale è antica, ma la crisi palpabile degli ultimi anni ha ferito in profondità l’etica del lavoro di cui si nutre intimamente il popolo di quelle regioni, che conta complessivamente attorno ai 9 milioni di abitanti. Nel mio film ho cercato di mostrare una sofferenza che morde le anime, colpendo la soggettività. Il problema è che questo dolore ha trovato nelle istanze razziste e xenofobe una rischiosa parabola crescente: si tratta di una guerra tra poveri che porta solo a peggiorare le cose. Da noi sta dilagando una cultura leghistoide trasversale”.

Rossetto non è estraneo a questi temi: già negli anni ’80 – quando la Liga Veneta esprimeva i suoi primi vagiti – aveva documentato le marginalità, le frange dei diseredati da tutto colpiti in un territorio che li rifiutava. Piccola patria racconta un borgo di umanità riunita in famiglie della pianura veneta: protagoniste sono due ragazze Luisa (Maria Roveran, sorprendente e anche autrice della colonna sonora in dialetto veneto) e Renata (Roberta Da Soller), entrambe cameriere in un grand’Hotel, simile a una volgare cattedrale in un deserto texano da 1 km quadrato. La prima, figlia di padre-despota e tra gli animatori accaniti di un sorgente gruppo di secessionisti, s’innamora di Bilal, un immigrato clandestino albanese che vive in una roulotte abbandonata. Lo scontro padre-figlia diventa inevitabile, attorniato da altre vicende che con sapienza svelano anime e corpi di questi personaggi, in fuga dalla crisi e da se stessi.

Il problema è che vie di fuga non esistono, e Piccola patria si mostra per quello che è: una terra desolata e spiritualmente degradata, contagiata e contagiosa di un virus endemico. “Ha ragione il direttore Peter Gomez nella sua analisi odierna della questione veneta, se così vogliamo definirla: io stesso mi sono reso conto del calvario della disoccupazione nella mia Regione facendo location scouting. Ho trovato negozi, capannoni, imprese, fabbriche e ogni realtà una volta produttiva crocifissi da cartelli “chiuso, affitasi, in vendita”. Il Nord Est, inoltre, si è sentito deluso e ingannato dalla Lega e dalle sue corruzioni, la stessa Lega che oggi sta tappezzando strade e quartieri per propagandare un referendum di cui si vuole impossessare”. Rossetto, che ha studiato e lavorato anche a Parigi, è un uomo colto e intelligente, ed è facile cogliere il suo disagio mentre cerca di spiegare l’inspiegabile. O almeno quanto oggi ci appare dalla cronaca.

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