Porno subito. E Lars von Trier è tornato: dopo aver buttato giù il pianeta-pillola blu di Melancholia e, forse, sconfitto la depressione, torna laddove aveva (quasi) iniziato, le penetrazioni di Idioti (1998), e scodella in sala l’uno e bino Nymphomaniac, storia di un’autodiagnosticata ninfomane dall’infanzia ai 50 anni. Sul grande schermo, il primo Volume nella versione tagliata, non nel director’s cut di von Trier: tranquilli, non manca quasi nulla, nemmeno il sesso.

La protagonista Joe – adulta l’attrice-feticcio Charlotte Gainsbourg, giovane Stacy Martin – viene trovata malmenata e incosciente in un vicoletto dallo studioso Seligman (Stellan Skarsgard). L’uomo la porta a casa, la mette a letto e Joe si racconta cronologicamente in otto capitoli: 5 per il Volume 1 e 3 per il Volume 2. 5 e 3 sono anche i colpi, dietro e davanti, con cui Joe perde la verginità: se il primo Volume è quello anale (leggi: adeguamento normativo e autocontrollo, che Joe rifugge con analoga meccanicità), entrambi sono matematici, perché la successione di Fibonacci è esplicitamente evocata. Joe racconta, Seligman interrompe, commenta e inserisce note a margine e alte digressioni, cercando di normalizzare il sesso-fare della donna: lei scopa, lui trova analogie nella pesca con la mosca; lei scopa, lui rintraccia echi nella polifonicità di J.S. Bach (Ich Ruf Zu Dir, Herr Jesu Christ); lei scopa, lui rispecchia gli organi dell’amante 1, amante 2 e amante 3 (Shia La-Beouf) nell’organo bachiano: piede, mano sinistra, mano destra.

E così via, perché se Joe “precipita”, Seligman la rimette in piedi intellettualizzando, paraculeggiando dottamente. Tutto il resto è “mea vulva, mea maxima vulva”, messo sulla lavagna da Joe e le amichette: le ragazze del porno, sì, ma quelle vere. Storpiature a parte, la religione è in campo, e ancor più lo sarà nel secondo Volume: da un lato, specchiandosi nel mezzo-ebreo Seligman, von Trier rabbercia lo choc filonazista che lo rese persona non grata a Cannes 2012, dichiarandosi antisionista ma non antisemita; dall’altro, apparecchia per la “generalizzazione” che Seligman farà tra Chiesa Ortodossa e Chiesa Romana nel primo capitolo del Volume 2.

Ma il Paradiso, si fa per dire, può attendere, per ora la storia di Joe è un tourbillon di esperimenti infantili (l’acquaplanning clitorideo…), promiscuità adolescenziale (i ragazzi da farsi a gara con l’amica sul treno, il distinto signore da circuire per vincere) e bulimia in divenire. Il contrappunto lo serve Lars: Fibonacci e Faust, Bach, gli Steppenwolf e i Rammstein, la crocifissione del Cristo e il Rugelach ebraico, tutti pezzi del diorama in cui Joe si replica a soggetto e si dà a una teoria di uomini-oggetto.

L’unico che potrebbe uscire dalla mazzetta è Jerome (LaBeouf), il primo che la ebbe e l’ultimo a perderla, ma il monologo della vagina di Joe non può attendersi un dialogo nella carne, piuttosto l’ascolto di un amico imprevisto, un orecchio – e un cuore – benevolo: Seligman sarà questo? Lo scopriremo solo scopando, direbbe Joe, e von Trier acconsente: mai il porno è stato così geometrico, maniacale, “anale” e insieme accorato, disperato, dialogante; mai Lars è stato così serio con il pubblico e, ancor prima, con se stesso, allettando i propri giochini, i propri tricks per risvegliare la richiesta di aiuto che il suo cinema non ha mai celato. Che venga riaffidata a una donna travolta dalle onde del destino non può stupire: il sadomasochista danese le donne le conosce ma non le capisce, e non capendole vi infierisce. Ma stavolta soffre con loro, forse, per loro, rimanendo in piedi tra il letto di Joe e la sedia di Seligman. E con Joe ruba il porno al porno, restituisce cinema al cinema: Nymphomaniac è un film da non perdere. 

Il trailer ufficiale